On the road…

E’ passato ormai un mese da quando mi sono laureata e le domande su cosa ne sarà del mio futuro diventano ogni giorno più numerose. Continuo a passare in rassegna il mio passato, a scovare le porte che mi apriranno il futuro e ad attendere che questo momento liminare diventi presto chiaro, che giunga finalmente a conclusione.

Non ho mai avuto un’ardente passione per lo studio e, nell’adolescenza, le mie scelte erano indirizzate a far sì che la mia carriera come studentessa fosse breve e indolore. Ottenuto il diploma di ragioniera, mi sono presto accorta che non avrei mai varcato le porte che il mio titolo mi avrebbe aperto. Non volevo sentirmi soffocare tra le pareti di un ufficio e non desideravo nemmeno affiliarmi a qualche operatore del turismo per poter visitare – e non conoscere – il mondo. In quei cinque anni avevo approfondito le lingue inglese e francese ed avevo appreso la grammatica base del tedesco. Tutto ciò che volevo era viaggiare, conoscere questo immenso mondo in ogni suo angolo remoto, in ogni sua sfumatura ed in ogni suo odore. Volevo andarmene dalla piccola cittadina provinciale in cui sono cresciuta ed ero pronta a qualsiasi esperienza purché fosse lontano da casa.

Un giorno un uccellino è però venuto a beccarmi un orecchio, rimproverandomi di voler intraprendere il cammino sbagliato. La rondine, prima di emigrare anch’essa verso un luogo più caldo, mi ha sussurrato una parola all’orecchio, un termine di cui non sapevo il significato: antropologia. Ho così intrapreso un nuovo sentiero, mi sono messa in strada ed ho viaggiato. Venezia è stata la mia prima meta e i corsi di antropologia sono stati il primo incognito viaggio in un cosmo tutto da scoprire. Ancor più, mi sono avventurata ed inchinata di fronte ad una nuova visione dell’essere umano, uno sguardo che ha acceso la mia curiosità e che mi ha proposto un nuovo modo di approcciarmi alla gente. Tutto intorno a me è improvvisamente divenuto interessante, sorprendente e imprevedibile.

Mi sono allontanata dalla mia amata città lagunare l’ultimo anno del corso triennale, approfittando delle opportunità che le università e la Comunità europea hanno offerto alla mia generazione. L’Erasmus era già in programma nel momento in cui mi sono immatricolata ma, solo con l’uscita del bando e con la conseguente conferma di accettazione, ho scoperto che mi sarei dirottata in Portogallo. Tuttavia l’esperienza a Coimbra – città che davvero«tem mais encanto na hora da despedida» – non ha significato altro che un rito di passaggio: dalla forma mentis adolescenziale, sono divenuta più cosciente e decisa a maturare, ma soprattutto ho ancorato un ponte che mi avrebbe presto fatto lasciare il Vecchio Mondo.

Tornata dal Portogallo ho preso una decisione inconscia (ma poi divenuta chiara nella linea del mio destino), ossia quella di far diventare un caso etnografico ciò che fino ad allora era rimasta solo una passione extra-curricolare: la musica reggae. Ho analizzato un festival musicale e culturale incentrato sul genere musicale ormai arrivato alla sua ultima edizione made in Italy: il Rototom Sunsplash. Scritta la mia prima e umile monografia, approvata da una commissione critica e stimolante, mi volevo rimettere in cammino, anche se non ne conoscevo la meta.

Perché non visitare il Brasile allora? – mi sono chiesta – e magari approfittarne per scoprire alcuni campi professionali in cui è richiesta la figura dell’antropologo, in modo da evitare eventualmente la ricaduta nel percorso accademico e di studio. Al contrario, quei due mesi estivi trascorsi viaggiando nel Sud-Est brasiliano mi hanno fatto comprendere quanto fosse importante l’antropologia. Mi sono innamorata – della mia professione, di quella vastissima trama culturale, e di un uomo… – e ho deciso di continuare a studiare. Volevo tornare in Brasile, ma questa volta per fare ricerca.

Ripresentatami al cospetto del Canal Grande, questa volta ero cosciente che sarebbe stata l’ultima volta e che non mi trovavo più fra le braccia della Serenissima per mettere alla prova me stessa, ma per diventare finalmente un’antropologa. L’incontro di un’amica, una grande collega, ha intensificato ques’esperienza e ha fatto si che mi addentrassi a pieni polmoni nel “fantastico mondo dell’antropologia”. Poi ho fatto i bagagli (un dizionario di “antropologhese”, un diario di campo e un piccolo registratore era tutto ciò che possedevo) e mi sono rimessa in viaggio.

Avrei tanto voluto attraversare l’oceano in nave, ma non potevo mancare all’appuntamento all’aeroporto di São Paulo, luogo simbolico della mia esperienza in Brasile. Avevo pochi mesi per vivere il Brasile e per adattarmi ai voleri, alle restrizioni e ai vizi di Rio de Janeiro. Di nuovo stavo approfittando delle disponibilità economiche delle istituzioni europee, così gentili da avermi concesso uno Scambio Internazionale all’università carioca. Con il passare dei giorni mi sono creata il mio piccolo habitat nel cuore della grande metropoli e ne sono presto diventata dipendente. Tanto legata alla mia piccola casetta incorniciata dai frutteti e dalle chiacchiere di quartiere, al piccolo bar del morro ed alla famiglia che vi ho trovato, all’amico con cui ho condiviso i timori e le emozioni della ricerca sul campo e all’amore che non volevo più abbandonare («não quero mais este negócio de você viver sem mim», diceva la nostra colonna sonora), che ho deciso, senza esitazione, di prolungare la mia permanenza.

Al secondo round sono però finita k.o. troppe volte e, dopo nove mesi di crogiuolo nella Cidade Maravilhosa, sono tornata dolorante alla mia piccola cittadina di provincia. I due anni di magistrale stavano per scadere ed ero decisa a non sforare, mentre il visto di permanenza in Brasile era scaduto già da un mese; l’amore si era dissolto nella routine e nella frustrante convivenza di un uomo ed una donna che oramai non si riconoscevano più; la ricerca di tesi non procedeva e la quotidianità aveva preso altre sfaccettature. Ora il momento di tornare e, per la priva volta, ne sentivo il desiderio.

Con tanta fatica mi sono riadattata – e soprattutto ri-disadattata – all’atmosfera di casa. E con altrettanta fatica ho concluso la mia dissertazione, ancora una volta sotto la revisione della “streghetta boccoli d’oro”. L’ho presentata con onore, nonostante il tema fosse particolarmente provocante e provocatorio. L’oggetto, ancora una volta era la musica, o meglio, il funk ed i baile funk carioca e, come altre volte in passato, mi sono trovata a dover fare onore ad un qualcosa oggetto di incomprensione e pregiudizio. Tutto ciò ha comunque condotto ad una inaspettata lode, che mi ha reso fiera e soddisfatta, e che si è rivelata una decisiva conferma del mio percorso e del futuro che ho in serbo per me stessa: diventare un’antropologa!

Ma come? Cosa fare adesso? Mi è sempre piaciuto pensare alla fine di un capitolo come all’inizio di un nuovo sogno, come all’avventura fantasiosa di poter intraprendere qualsiasi sentiero inerpicato in qualche meandro di questo mondo. L’idea, insomma, di avere il mondo di fronte a me e poter decidere – ovviamente con le limitazioni del caso e le credenziali concrete di cui dispongo – dove rintanarmi. Un po’ come quando si viaggia su terra, in treno o in corriera. Quella sensazione di essere fermi, di avere il mondo che scorre sotto i tuoi occhi e di dover solamente scegliere in quale fermata scendere. E’ una sensazione di libertà che seduce e di cui potrò averne il privilegio per ancora poco tempo – forse troppo poco. Ma è allo stesso tempo un’incognita frustrante, quella di non sapere dove andrò presto a finire…

Ho qualche idea che frulla irrequieta nella mia mente, e qualche appuntamento segnato in agenda. Continuo a scrivere appunti e, finalmente, mi sono decisa a pubblicare alcuni dei tanti pensieri che i accompagnano per questa strada. La strada di una fuga, perché, come ha scritto un grande antropologo (anche se non è con questo titolo che lo si conosce), io «viaggio perché la mia natura è quella di un evaso: prima o poi  devo sempre scappare da dove sono» (Tiziano Terzani).

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