Back to the field

Finalmente sono tornata sul campo.

In realtà doveva essere più un’esperienza personale, di formazione e di esplorazione di un altro ambito professionale. Da quando ho letto gli ultimi libri scritti da Tiziano Terzani ho cominciato a riflettere sulle affinità tra antropologia e giornalismo e, dato che sono ufficialmente disoccupata, ho deciso di infiltrarmi al Festival Internazionale del Giornalismo per vedere di capirne qualcosa in più. Presa dall’irresistibile necessità di osservare, annotare e comprendere, mi sono tuttavia resa conto che non sarebbe stata solo una gita di piacere, ma una sperimentale e inconsueta ricerca sul campo.

Stamattina sono partita presto, in treno, e ho allentato la tensione allietando l’animo con lo spettacolo del sorgere del sole su Firenze e del serpentino procedere del treno attraverso i colli tosco-umbri. Arrivata a Perugia, la corsa contro il tempo, il disorientamento e i primi imprevisti mi hanno subito fatto assaporare l’adrenalina della ricerca sul campo.

Ho subito assistito al workshop “Il futuro del live blogging: verso le multi-redazioni?”. Non ero sicura di riuscire ad arrivare in tempo ma, dopo una furiosa risalita e discesa dei pendii perugini trascinandomi dietro il mio pesante valigione, sono entrata in sala quando ancora l’incontro non era iniziato. Ci tenevo davvero ad assistere e comprendere che cosa si intende per “live blogging”. Avevo letto sul programma che si sarebbe discusso sulla copertura mediatica dei grandi eventi e pensavo di poterne trarre qualche riflessione critica relativa alla ricerca sul campo svolta per la laurea triennale su un festival musicale.

Ai tempi pensavo che un ottimo metodo era quello suggerito da Griaule a seguito della sua missione Dakar-Gibuti: lavorare in team e spartire i diversi compiti tra i membri, in modo da poter descrivere un grande evento o rituale nella sua totalità e raccogliere più dati possibili. Io invece mi trovavo da sola e mi sono dovuta giostrare tra le tante iniziative proposte contemporaneamente. Cosa che, d’altronde, mi spetta anche qui a Perugia.

Sono rimasta stupita dell’organizzazione, curata in ogni minimo dettaglio. La sala conferenze dell’Hotel Sangallo era piccola, con una quindicina di file di sedie disposte ai lati, quasi a permettere alla telecamera posta sul fondo di poter inquadrare tanto gli speaker sul lato opposto quanto il pubblico presente. Le proiezioni erano rese visibili sulla parete di fronte a noi, sopra la testa degli stessi soggetti ripresi, e un tecnico attorniato da computer e console, cavi e onde elettromagnetiche ne gestiva le immagini. Siccome la presentazione è avvenuta in inglese, a chi volesse erano consegnate delle piccole ricetrasmittenti in cui poter ascoltare la traduzione istantanea.

Anche il pubblico non era sprovvisto di tecnologia. È stato affascinante vedere come la maggior parte degli ascoltatori in sala avesse lo sguardo fisso sul proprio mobile phone o tablet piuttosto che sugli speaker, attento a catturare gli ultimi tweets o a esplorare alcune pagine web. Anche gli appunti erano presi in direttissima sul pc e, alcune persone, si sono fermate alla fine del workshop per dare una riassettata agli appunti, forse allo scopo di pubblicare poi su un qualche blog. Fatto sta che eravamo davvero in pochi con la penna alla mano. Uno di questi era un signore attempato, che tracciava con parsimonia lungi-formi segni su un ordinato blocco per gli appunti.

Mi sono presto accorta che i presentatori del workshop stavano parlando un’altra lingua, tuttavia non così incomprensibile. Non perché la discussione è avvenuta in inglese, no. Ma piuttosto per il fatto che l’intenzione principale del giornalista è “to tell people what’s happening”, come ha affermato Mario Tedeschini Lalli, del gruppo L’Espresso. Ancor più, di rispondere alle necessità dei lettori di avere informazioni in tempo reale: “What’s going on right now that I really need to know?” è la domanda a cui rispondere, ha affermato Aron Pilhofer, direttore interactive news al New York Times. Ne sono conseguite riflessioni riguardanti la rapidità e la concisione delle informazioni che ne scaturiscono, sul modo in cui contribuiscono a modificare l’attività comunicativa e le conseguenze sulla narrazione dell’evento.

Non mi pare che un etnografo si ponga tali problemi nel momento in cui scrive le sue note di campo, che sono prevalentemente indirizzate a sé stesso per una successiva elaborazione. Per questo ho riflettuto sulle implicazioni che sarebbero scaturite se, ad esempio, durante il workshop mi fossi concentrata sul “twittare” i miei pensieri, domande e commenti alle esposizioni, o renderle immediatamente pubbliche su di un live blog – aspettando magari la risposta e i commenti dei miei follower –, invece di prendere nota sul mio diario di campo cartaceo. In altre parole: come sarebbe cambiato il momento di scrittura se mi fossi concentrata sulla live coverage dell’evento piuttosto che sulle mie scratch notes?

Alcune delle problematiche emerse si sono però rivelate “buone da pensare” anche per il metodo etnografico. Si è parlato ad esempio di un “giornalismo collaborativo”, il quale mette in comunicazione e ha creato una sorta di scambi d’informazioni tra le principali testate giornalistiche. Ciò si rivela particolarmente utile nella copertura di eventi o determinate aree geografiche, soprattutto in contesti di guerra e fermenti etnico-politici, per cui le informazioni del reporter x che si trova in un luogo o città vengono ad integrarsi con quelle del reporter di un’altra testata che si trova in un’altra area. Poca a che vedere insomma con la “antropologia collaborativa” di cui parlava Jean Rouch, tra gli altri. Ma si tratta di un assetto metodologico su cui continuare a riflettere.

Un altro aspetto interessante che è emerso è ciò che Aron Pilhofer ha denominato la “beautification of the news”, ossia la varietà multimediale dei reportage che gli conferiscono un aspetto più colorato, interattivo e coinvolgente. Si pensi solo ai gadget, all’opportunità di arricchire il reportage non solo con fotografie ma anche con filmati, link e tanto altro. Da questo punto di vista, bisogna ammettere, il digital journalism è in vantaggio rispetto ai “reportage etnografici”.

All’uscita della sala, la scena che mi si è presentata davanti agli occhi mi ha riportato alle sequenze visive regalatemi da Terzani nei suoi libri: sui divanetti dal design formale e dal tocco professionale, erano seduti una ventina di giornalisti. Invece che dialogare tra loro, però, avevano tutti computer ultrafini e tablet ergonomici alla mano. Sembrava un raduno, una convocazione o “il gran consiglio della tribù dei giornalisti”, ciascuno identificato sulla base del colore del cartellino portato al collo: chi “staff”, chi “speaker”, “stampa”, “volunteer”, ecc.

Avrei tanto voluto fermarmi e arricchire di dettagli le mie osservazioni, ma dovevo ancora passare in ostello e pensavo di approfittarne nell’ora di pranzo. L’autobus che mi doveva portare nelle vicinanze mi ha invece trasportata in un’altra dimensione, in una frazione di Perugia. Dopo una lunga camminata in cui ho riprovato le brezza di perdermi nel bosco e disperarmi per la sensazione di non trovar fine alla ricerca dell’ostello, ho avvistato quattro cavalli all’interno di un recinto. Mi guardavano con aria incuriosita e non mi hanno tolto gli occhi di dosso finché non sono più stati capaci di girare il collo. Ero arrivata.

È in mezzo al verde delle campagne e al chiarore della luna che sto scrivendo ora, in mezzo all’aia di una vecchia cascina modernizzata e convertita in farmhouse. E purtroppo sono costretta a lasciarvi a questo punto della storia, siccome gli occhi cominciano a chiudersi e la stanchezza a travolgere tutto il corpo. Domani sarà una lunga giornata e, nonostante mi rimproveri di non essere riuscita a completare questo post, sento davvero il bisogno di buttarmi nella mia cuccetta dell’affollata camerata.

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