Documentando… la Guerra

Hotel Sangallo, 2013-04-26. #ijf13Dove eravamo rimasti? Ah, sì, l’ostello…

Fatta una doccia rapidissima e conosciuto il responsabile – un altro probabile emigrante italiano –, mi sono diretta alla fermata dell’autobus, sfrecciando per il sentierino campestre che ancora non sono riuscita a godermi per la fretta. Era tardissimo e l’autobus non mi avrebbe portata in tempo in centro a Perugia per assistere alla panel discussion scelta. Ho optato per l’autostop.

Mi ha caricata una minuta signora dal fortissimo accento tedesco. Come mi è spesso capitato in occasioni in cui ho accettato un passaggio da sconosciuti – comprese le corse-taxi –, ho cercato immediatamente un dialogo per capire se potermi fidare o se scendere immediatamente. Le ho detto che mi stavo recando al Festival del Giornalismo e che se non fosse stato per lei, non sarei mai arrivata in tempo. Mi ha detto che avrebbe piacere di partecipare, ma abitando in un castello medievale isolato dal centro, non sapeva cosa vi fosse in programma. Le ho così offerto il programma che avevo con me, per ricambiare il favore del passaggio, e lei ha reagito con un gran sorriso di gratitudine. Ci siamo aperte l’una all’altra: lei mi ha raccontato che si occupa di eventi culturali e musicali nel suo castello e io le ho raccontato di essermi appena laureata in antropologia con una tesi su un genere musicale brasiliano. Eravamo fatte l’una per l’altra e abbiamo entrambe notato quanto il caso, a volte, non sia poi così… casuale.

Rientrata nello sfarzoso Hotel Sangallo con una quindicina di minuti di ritardo, ho perso l’introduzione del panel “Webdoc: inchieste multimediali”. Riccardo Staglianò, giornalista de La Repubblica, stava lasciando la parola a Tiziana Guerrisi, co-fondatrice della piccola testata Next New Media e ideatrice di nuove tecniche di produzione del “webdoc”: i documentari interattivi per il web. I due giornalisti costituiscono la prima generazione di freelancer in tale ambito, per cui a seguito delle videoriprese fatte da altri loro collaboratori, si sono ingegnati nella produzione multi- mediatica delle inchieste. E si trovano a Perugia proprio per presentare l’ultimo lavoro di Tiziana, il primo webdoc d’inchiesta sulle carceri italiane: InsideCarceri.com.

La giornalista ha esordito asserendo quanto il giornalismo e i documentari possano intrecciarsi per migliorare le inchieste e riuscire a rendere in maniera più efficace e esaustiva i materiali ottenuti sul campo. Il lavoro prodotto in 22 carceri italiane, ha commentato, non poteva essere presentato per iscritto – in funzione di un giornale o rivista, oppure in cinque minuti di spazio in una rubrica radiofonica – in quanto sarebbe stato riduttivo. Il webdoc prodotto ha invece dato ampio spazio a immagini e annotazioni e, oltre a mostrare la sconcertante situazione delle carceri italiane, è servito come archivio del materiale raccolto. Molti ricercatori e studenti di differenti aree professionali – architettura, diritto, sociologia, ecc. – le hanno scritto per ringraziare del materiale trovato sul sito, che è stato utilizzato per alcune ricerche.

Documentari e documentazione non sono estranei all’antropologia, benché in Italia la visual anthropology sia ancora allo stato embrionale. E anche nei Paesi anglosassoni molti degli interrogativi etici e epistemologici che emergono sul campo non hanno ancora trovato una risposta soddisfacente. Il prodotto finale che ne scaturisce, tuttavia, è ben chiaro: un documentario etnografico, che descriva determinati tratti culturali, problematiche politiche, cambiamenti storici, attività collettive, e così via. Ed in cui la voce dell’Altro sia udibile, se non addirittura protagonista. Documentari, questi, che rimangono però a disposizione dell’élite degli antropologi e che circolano prevalentemente in festival etnografici/etnologici oppure, nelle versioni più semplificate e riadattate, in canali televisivi che dedicano spazio a racconti di viaggio, turismo e narrazioni sull’alterità.

Ora, i documentari e filmati di carattere etnografico sono già numerosi su YouTube e nel web. Ma si potrebbe utilizzare software specifici, come Klynt – utilizzato per la produzione di InsideCarceri – o Zeega, per creare degli archivi etnografici e innovare le pubblicazioni scientifiche in ambito antropologico? A Rio de Janeiro, e nello specifico un gruppo di studenti e professori del gruppo di ricerca ABC Urbana della Università Statale (UERJ) hanno già pensato e stanno provvedendo all’archiviazione online di tutti i dati (in formato audio, video, fotografico, articoli e ricerche, ecc.) relativi alla popolazione afro- brasiliana e alla sua storia. CULTNE – Acervo Digital de Cultura Negra rappresenta in tale prospettiva un ottimo esempio, benché ancora in fase di ampliamento.

Concluso il panel, mi sono trattenuta all’hotel per il workshop che seguiva. “Decidere in situazioni di emergenza” mi era sembrato un titolo allettante e ho pensato che l’incontro avrebbe potuto rispondere ad alcune domande che mi ero posta quando ero a Rio: se, trovandomi ad una festa nella favela (baile de comunidade), fosse improvvisamente scoppiato un conflitto armato tra banditi e poliziotti, io come avrei reagito? “Sicuramente ci lascio la pelle”, mi rispondevo. In una relazione scritta per l’esame di Antropologia delle emozioni alla UERJ ho anche provato a oggettificare e analizzare la paura che provavo, e gli effetti di essa sulla mia ricerca sul campo. Mi sono confrontata con altri antropologi che si sono trovati in contesti ancor più violenti e pericolosi di quelli in cui mi sono intrufolata a Rio. I saggi di Carolyn Nordstrom e di Alice Green, nonché le narrazioni di giornalisti in contesti di guerra e conflitto, come quelle di Caco Barcellos e Tiziano Terzani, sono state ottime per fare comparazioni e apprendere. Tuttavia non ho trovato informazioni pratiche su come affrontare contesti particolarmente violenti. Tiziano ha insegnato al mondo che, trovandosi puntato in faccia un fucile, la cosa migliore da fare è sorridere. L’ho sempre tenuto in mente, ma non penso sia esaustivo.

Nell’abstract dell’incontro ho invece letto: “Se il rischio è una parte inevitabile del lavoro in ambiente ostile, i giornalisti possono fare molto – prima di andare sul campo e una volta là – per la propria sicurezza e per essere più resistente di fronte a quello stress psicologico che offusca le facoltà di giudizio”. Forse avrei potuto trovare qualche spunto e informazione più pratica, dal momento che vi erano inviati speciali e la direttrice dell’International News Safety Institute (INSI), Hannah Storm.

In parte è stato così: i relatori hanno riportato una carrellata di consigli utili per tutti coloro che si immergono in contesti in cui si mette a rischio la propria vita, sia che si tratti di guerre o guerriglie armate, che di mafia e corruzione. Molti di essi potevano sembrare scontati, come informarsi sul tempo e sulle malattie che si potrebbero contrarre; altri magari un po’ meno, come preparare e tenere sempre con sé una grab bag, uno zainetto contenente tutto il necessario per affrontare condizioni estreme con un’autonomia di almeno 24 ore: acqua, innanzitutto, ma anche barrette energetiche, crema solare, medicinali, ecc. Bisogna poi programmare preventivamente azioni di soccorso, quindi diffondere tra conoscenti, organizzazioni e istituzioni varie la propria line-up e le azioni che si svolgeranno, foto identificative e qualsiasi indizio per poter, eventualmente, essere ritrovati.

Un’attenzione particolare è stata poi data all’aspetto psicologico (shock e traumi) da parte di Gavin Rees, direttore del Dart Centre Europe. Da un lato è stato consigliato di affidarsi ai propri istinti, in quanto siamo biologicamente portati ad affrontare i pericoli; dall’altro, però, bisogna avere una certa consapevolezza di sé e del contesto in cui ci si trova, e essere allenati ad affrontare psicologicamente condizioni di pericolo. Sono state consigliate in particolar modo tecniche di meditazione e di yoga, in modo da riuscire a respirare correttamente e mantenere la calma. Prendere decisioni rapide e mirate è fondamentale, ha confermato Stuart Hughes, della BBC News. Se non fosse stato per questa sua autodeterminazione, non sarebbe sopravvissuto all’infortunio derivato dall’aver calpestato una mina. È immediatamente tornato sulla camionetta da cui era sceso, ha raccontato, cercando di rimanere lucido. Poi ha afferrato la cassetta di pronto soccorso e si è medicato l’arto. Ha chiamato i soccorsi ed è stato portato in ospedale, dove gli hanno amputato la gamba. Ma, almeno, è ancora vivo, si è rallegrato. “If you cannot change the situation, what can you change? Your reaction to it”, ha concluso citando Michael Reinhart.

Mi sono resa conto che, durante gli incontri frequentati in questa prima giornata, è stata sempre utilizzata l’espressione “to go/to be on the field“. Sarà che ha la stessa accezione che si ha in antropologia? Cosa significa andare, essere sul campo per un giornalista? L’etnografia ha costruito un solido apparato metodologico riguardo all’essere sul campo: l’osservazione partecipante e la partecipazione osservante, l’approccio e il dialogo con gli interlocutori, l’apprendimento della lingua e della cultura ospitante, la necessità di risiedere all’interno della società e del contesto in analisi. In cosa si assomigliano e in cosa divergono, quindi, tali pratiche nelle due discipline?

Per concludere, segnalo un’ultima annotazione: le narrazioni di chi ha affrontato “campi” particolarmente pericolosi, violenti, o semplicemente avventurosi assomigliano spesso a dei grandi racconti epici in cui si presenta se stesso come un eroe impavido, che ha affrontato sfide e paure ed è sopravvissuto. Ciò mi ha riportato alla mente la tesi di laurea di un collega alla UERJ sulle retoriche dei backpackers in giro per gli ostelli del mondo, i quali si rappresentano spesso come degli eroi che affrontano il viaggio e tutte le sue impervietà.

Se siamo degli eroi, noi impavidi antropologi e i temerari giornalisti, perché non siamo oggetto di epopee o eroici racconti di viaggio? In fondo, la nostra curiosità e spavalderia ci portano ad affrontare grandi avventure, e non penso che solo i primi esploratori (Marco Polo, Cristoforo Colombo, Magellano,…) siano degni di grandi narrazioni.

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