Rincorrendo… Guerre e Emergenze

Sala Raffaello, Hotel Brufani, 27-04-2013Scesa alla stazione dei treni, risalita la collina per mezzo del Minimetro, preso l’ascensore che mi avrebbe portata in centro e percorsa Via Vannucci in direzione dei Giardini, sono finalmente giunta all’Hotel Brufani. Cosa meritava tutta questa corsa? Un panel intitolato “Coprire le emergenze dell’era dei big data”.

Quando sono arrivata, in ritardo, ho ritrovato Aron Pilhofer che presentava le stesse diapositive del giorno precedente. Ho così rimpianto di non essermi soffermata piuttosto al mercatino dell’antiquariato che decine di espositori stavano allestendo in Piazza Italia o di non averne approfittato per curiosare nel labirinto dell’hotel, dove si trovano stand informativi, la sala stampa e tanto altro da scoprire. In realtà l’incontro si è poi rivelato interessante per comprendere come la professione del giornalista si stia modificando in funzione dei nuovi mezzi di comunicazione e interazione e, ancor più, della velocità con cui vengono diffuse le notizie. Informazioni che oramai non sono più solo i giornalisti a cogliere e produrre, ma che vengono prodotte e rese pubbliche ancor prima dal pubblico.

Il crowdsourcing è un nuovo fenomeno per cui sono le persone comuni a produrre informazione, e non più solo gli specialisti di determinati settori. Si pensi anche solo a Wikipedia, in cui chiunque può contribuire con contenuti e revisioni alle innumerevoli voci. La gente è attiva sul web, pubblica e vuole partecipare. “Don’t forget that people want to be social, to interact and participate”, ha consigliato Aron a chi lavora per una testata online, chi scrive blog o su di un qualsiasi spazio virtuale dedicato all’informazione. E non solo. I mezzi di comunicazione hanno cominciato a sfruttare i data che la gente pubblica sui propri profili nei social media. Li raccolgono, li verificano, producendo veri e propri reportage o creando banche dati a disposizione dei lettori. Per questo sono nate anche vere e proprie agenzie. “Challenge is to have real-time news and collect them, use them and advice the best way to use them: to organize the huge amount of information that circulate every minute and cover an event”, ha sostenuto Claire Wardle, direttrice della social media news agency “Storyful”.

Nel suo intervento, Claire ha esposto il lavoro svolto dall’agenzia: controllano tutti i post sui social media e raccolgono i più importanti, che poi diffondono. In questo modo si accredita alla popolazione la possibilità di coprire determinati eventi in tempo reale. “People say that social media is not journalism but when people are able to post videos and real time data, they are doing coverage of an event and it’s important to diffuse and use them”, ha affermato. L’agenzia Storyful, ad esempio, usa ampiamente YouTube, in cui raccolgono filmati che mostrano scene che potevano essere girate solo da chi si trovava nel posto giusto al momento giusto. L’attività più importante svolta dall’agenzia è però quella del factchecking e la verifica dell’identità di coloro che postano: chi sono, da dove provengono e dove si trovavano nel momento della pubblicazione, che l’informazione trasmessa sia reale (ossia che ciò che hanno scritto sia veramente accaduto in quel momento e luogo). Bisogna essere certi che questi “pseudo- giornalisti” stiano riportando la verità, per cui essi indagano, attraverso i profili pubblici e non, la loro identità.

Mi chiedevo quindi, ma i factchecker possiedono tutta questa autorità e il permesso per investigare così in profondità nella vita delle persone? Coloro che hanno prodotto i video e i big data utilizzati, sono a conoscenza di ciò? Inoltre, ottengono un qualche vantaggio o rimangono all’oscuro di rendere materiale prezioso ai grandi media? In altri termini –in antropologhese – qual è il rapporto tra cronista/etnografo/autorità e i propri informatori? Quale l’etica di base e i presupposti di reciprocità? Infine, che valore hanno queste informazioni? Questi big data?

Christopher Reardon, dell’UNHCR si è chiesto: “How to combine these data with personal stories? How to combine social media, data and personal stories in order to make a coverage?”. Nei campi profughi dove egli lavora assieme alle equipe dell’Onu in Giordania, ogni giorno collezionano innumerevoli data, quindi le principali informazioni sulle persone richiedenti assistenza per poter aiutarli. Data la mole di lavoro e la necessità di registrare tutti coloro che si radunano nei campi, essi non hanno però il tempo di approfondire le storie personali di ciascuno. Si tratta di generalità collezionate e introdotte in banche dati il più rapidamente possibile. Lo stesso avviene per le informazioni inerenti ai grandi eventi o a situazioni di emergenza, le quali con la stessa rapidità con cui vengono trasmesse alle autorità competenti, vengono anche diffuse sui mass media. Una tempistica che, unita alla necessità di diffondere i migliori scoop, le più attraenti storie e le news più fresche, stanno modificando radicalmente il modo di fare giornalismo.

Finita la conferenza, prima di scappare alla sala Lippi, non ho resistito dal trattenermi e chiedere al ragazzo seduto affianco a me cosa stesse facendo. Avevo sbirciato tutto il tempo cosa stesse combinando sul suo computer, totalmente preso dal creare grafici multicolori, aprire e chiudere finestre, modificare scritte bianche, verdi, blu, rosse e gialle su sfondo nero. Procedeva con velocità frenetica, dimostrando irriducibili competenze nell’utilizzo del software. Programma che decisamente non conoscevo e di cui non riuscivo nemmeno a identificare le funzionalità. Sono riuscita solo a leggere le scritte “MOU”, “VisualBox” e “VM” nella barra in alto a sinistra, ma non mi dicevano proprio nulla. Mi ha quindi spiegato, in inglese, che si trattava di Markdown, un software per la creazione di pagine web in HTLM attraverso un linguaggio semplificato. Gregor Aisch mi ha poi invitata a partecipare al workshop che avrebbe presentato all’Hotel Sangallo nel pomeriggio e in cui spiegava proprio questi strumenti. In seguito ho guardato nel programma. Si trattava di “Visualizzare dati, mappe e timeline”, un incontro in cui venivano presentati gli strumenti per svolgere e creare i grafici. Non faceva al caso mio.

Sala Lippi, 27-04-2013L’incontro a cui mi sono precipitata in seguito mi incuriosiva particolarmente per il fatto di poter sentire dal vivo l’esperienza di alcuni inviati di guerra. All’incontro “Dall’Iraq alla Siria: dieci anni di sfide alla sicurezza dei giornalisti” erano presenti Amedeo Ricucci e Susan Dabbous, i giornalisti Rai catturati in Siria dai fondamentalisti islamici e poi rilasciati a inizio aprile 2013. Ad affiancarli vi erano altri avventurieri in zone di guerra del Medio Oriente: Paul Wood della BBC News, Richard Sambrook e Hannah Storm, direttore executive board e direttrice dell’International News Safety Institute, e l’inviata in Libia per il The Daily Telegraph Ruth Sherlock. La sala era stracolma di giovani freelance, tutti con le orecchie ben aperte per seguire le vicende di questi eroi e poter trarre spunto per seguire i loro passi, e magari trovare una qualche opportunità di lavoro.

L’intervento di Ricucci è stato indirizzato soprattutto in favore di noi giovani del pubblico alle prese con i ferri del mestiere. Ha sostenuto l’importanza di fornire assicurazioni per i giovani freelance che si tuffano in campi particolarmente pericolosi; garanzie sia sulla vita ma ancor più sull’attrezzatura. Lui, ad esempio, ha recentemente perso un equipaggiamento del valore di 30.000€, ma appartenevano alla Rai, quindi non è stata una grande perdita, ha ammesso. Per un giovane freelance, al contrario, la perdita di un’attrezzatura di soli 3000€ può costituire un grave danno, soprattutto nel caso in cui non ci siano le disponibilità economiche per recuperarle. Il denaro è infatti utilissimo tanto nel salvataggio del materiale e delle attrezzature quanto della vita del reporter. Quando ha affrontato i bombardamenti a Aleppo, dove è rimasto per due mesi, e si è reso conto che, psicologicamente, la situazione si era fatta insostenibile, ha pagato 200€ un taxista perché lo portasse lontano dal pericolo. Il freelance, al contrario, non ha soldi e spesso si butta in casa dei guerriglieri, ha riportato, e ciò è altamente pericoloso: così facendo bisogna seguire i loro tempi, rimanendo ad esempio sul fronte per più e più giorni, rischiando la vita. Inoltre, la stessa attività professionale ne subisce le conseguenze, per cui non rimane il tempo per scrivere l’articolo da inviare in redazione. Lui, solitamente, dopo 3-4 ore sul campo di battaglia, torna in albergo per annotare il suo resoconto.

Ma non c’è bisogno solo di un buon equipaggiamento e una buona copertura economica. “Per fare il nostro mestiere servono competenze adeguate”, ha asserito Amedeo. E il giusto spirito. Magari un po’ fatalista, come quello di Elio Colavolpe, suo amico e compagno di avventure, compreso il rapimento. “E’ il prototipo del fatalismo italiano”, ha raccontato allegramente: è infatti capace di aprire il computer in mezzo alle bombe e prendere nota, perché se è arrivato il suo momento, se deve morire in quel momento, gli cadrà comunque una bomba in testa. Oppure con uno spirito un più razionale, come nel caso della collega freelance Susan. Amedeo l’ha elogiata per il suo atteggiamento durante il rapimento. Quando sono stati catturati, ha riportato, la prima cosa che lei ha detto è stata di non voler essere messa assieme agli uomini. La maniera migliore per farsi rispettare sin da subito in quanto donna. Ciò a suo discapito però, perché ha dovuto affrontare tutto il periodo di reclusione da sola. “Ha dimostrato di essere una grande giornalista! Queste cose non si imparano sul mini-Bignardi del corrispondente di guerra!”, ma sono piuttosto qualità innate o che si apprendono sul campo, imparando a conoscere e rispettare la cultura ospitante.

Susan ha sottolineato l’importanza del conoscere la cultura e il territorio in cui ci si reca, e ancor più il fatto di avere una buona preparazione psicologica. E lei conosceva bene l’Islam, i fondamentalisti, e come dialogare con loro, essendo di origine siriana. Ha affermato che lei non ha mai voluto fare la giornalista di guerra, ma nel momento in cui è scoppiata una guerra nel suo Paese, è voluta partire. Il suo embodiement nella cultura islamica le ha permesso di evitare particolari problemi, come quando ha negato di possedere delle sigarette (altamente disprezzate) o evitando sempre di guardare negli occhi i suoi interlocutori. Quando è stata rapita, la sua predisposizione psicologica l’ha altrettanto aiutata. Ha riferito che ci sono tre piani di reazione: uno negativo, uno razionale e uno positivo. “La mia strategia è stata pensare sempre al peggio e che qualsiasi cosa che dicevano era falso” ha ripetuto più volte. In questo modo si meravigliava ogni giorno di essere viva e ciò le permetteva di farsi forza. Al contrario, l’ultimo è quello che fa più male. Lei ci si è trovata dopo qualche giorno dal rapimento, quando i sequestratori che l’hanno illusa che avrebbe potuto telefonare a suo padre. Da qualche parte dentro di sé ci ha sperato e, trascorse le 24 ore, quando non è accaduto, ha ammesso di aver pianto per la prima volta.

I consigli per lavorare in tutta sicurezza sono stati diversi. Susan, oltre a ciò, ha asserito che è molto importante, la prima volta che ci si reca in guerra, andare con qualcuno che l’ha già fatto o che vi è già stato. “C’è una fortissima solidarietà fra giornalisti di guerra”, ha sostenuto, e per questo non bisogna aver timore di aggregarsi. Anche Ruth, che aveva trascorso 7 mesi in Libia per documentare la rivoluzione, ha consigliato di andare “where massive medias go. It’s a great opportunity to learn from other professionals!”. Anche Paul Wood ha riferito la sua personale esperienza, tuttavia non riuscivo a comprendere niente di ciò che diceva. Un po’ perché mi trovavo lontana, ma soprattutto perché il brusio delle traduzioni simultanee proveniente dalle cuffie della maggior parte dei presenti rendeva l’acustica e la comprensione impossibili. Un’affermazione della piccola Hannah, che con i suoi occhioni sgranati sembrava ancora terrorizzata per le scena a cui ha assistito, mi è tuttavia giunta nitidamente all’orecchio: “After 9/11, journalists are more authorized to inform and look for news and stories. From 9/11 and the advent of social media, the way of telling stories is completely changed”.

Che si tratti di una svolta epistemologica storica per il giornalismo? Sicuramente, e non solo. Molto probabilmente anche il ramo dell’antropologia dedicato ai disastri si è intensificato a seguito dei grandi attentati. Dopo oltre dieci anni, cos’è cambiato? Ma oltre a queste domande probabilmente banali, mi chiedo, sempre ingenuamente, sono mai stati rapiti degli antropologi? In “Fieldwork under fire. Contemporary studies of violence and survival” (a cura di Carolyn Nordstrom e Antonious C.G.M. Robben) vi sono storie di antropologi/ghe in contesti di guerra e, addirittura, la narrazione di Cathy Winkler su uno stupro da lei subito e che ha oggettivato nell’articolo “Ethnography of the ethnographer”. Ma non mi sembra di aver mai sentito – o non ho mai fatto caso –, sui mass media, del rapimento o dell’uccisione di antropologi sul campo. Qualcuno ne conosce qualche esempio?

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