L’è própri béla la campagna adés… ciô!

“E’ proprio bella la campagna adesso!”, continuavano a ripetere la nonna e la sua amica, l’altro giorno, mentre le stavo accompagnando in macchina a una gita su per le colline faentine. Di preciso, la scampagnata prevedeva una visita alla Torre di Oriolo dei (Mille) Fichi, su di un cucuzzolo tra Faenza e Forlì, e una merenda alla cantina Argnani. Era la gita conclusiva del corso di dialetto romagnolo che la nonna Nina ha seguito all’Università degli Adulti, ed è riuscita a intrufolarmi.

I colori, ma soprattutto la miriade di tonalità di verde che si è disteso nel paesaggio padano nel mese di maggio, cantano la vita e la rinascita, l’arrivo del calore estivo e il lavoro nei campi che si appresta. “E’ proprio bello godere di questo spettacolo”, continuava a ripetere l’altra signora. Peccato che lo possono ammirare solo ora, perché quando erano giovani e avrebbero potuto correre in mezzo ai campi rigogliosi, erano costrette al lavoro e non vi era tempo per questi lussi.

Abbiamo risalito la torre, pian piano, come una ciurma di vecchi cadetti in marcia: chi appoggiato ad un bastone, chi alla ricerca di un appoggio di sicurezza e di leva, chi con il braccio fasciato. Ad accompagnarci, le spiegazioni tecniche della giovane guida arricchite dai racconti personali del professor Mario. “Il mastio è stato dotato di alcuni confort insoliti per l’epoca, come un pozzo che penetra tutta l’altezza e che permetteva di attingere acqua da tutte le sale”, diceva lei. “Quando ero bambino, sulla terrazza in cima, cresceva un fico dal tronco molto largo, e era per questo che pensavo si chiamasse ‘la Torre [di Oriolo] dei Fichi’!”, diceva lui.

Negli anni Cinquanta, quando era bambino, il guardiano – che abitava nella casetta all’entrata assieme alla moglie – teneva nelle sale i maiali, dei conigli e vi sfamava anche i piccioni di passaggio. Siccome la torre era stata preda dei bombardamenti tedeschi, continuavano a staccarsi mattoni e il giovane Mario e i suoi amici avevano fatto della reliquia il campo dei loro giochi e avventure. Oggi la Torre è stata restaurata e le ampie sale sono state arredate con lunghi tavoloni, alcune teche contenenti bottiglie di vino prodotte in zona e piccole targhette riportanti le funzioni di ciascuna sala.

I racconti non riguardavano però solo la Torre. Era frequente il dilungarsi in continui flashback: “Giulio, ti ricordi la famiglia xy? La conoscevi?”, chiedeva a volte Mario, sempre in dialetto. “Loro durante la guerra abitavano lì in basso e ora si sono trasferiti alla Sabbiona… Voi dove vi eravate rifugiati durante la guerra?”. “In un rifugio costruito sotto casa nostra!”, rispondeva l’anziano seduto su un’esile sgabello. Ed è la guerra a far da sfondo ai molti racconti proferiti dalle vecchie voci di Romagna. Mario, nato alla fine delle grandi battaglie, quando gli americani stavano liberando gradualmente l’Italia, ama ricordare tutte le storie dei soldati e delle famiglie che abitavano Faenza e dintorni. “Lo vedete quel boschetto? Li gli americani avevano costruito un nascondiglio!”, ha mostrato in cima alla terrazza.

Oltre alle narrazioni delle vicende belliche, altro leitmotiv della gita erano le parentele. Bisognava sentirle tutte quelle signore! Ricostruivano infinite relazioni di parentela per potersi identificare l’un l’altra in una maniera che avrebbe potuto fare invidia a “Reginaldo” Radcliffe-Brown! “Lì l’è la moj de fiol de cusèn de non de Tùro!” (o qualcosa del genere), mi ha spiegato la nonna per farmi sapere chi fosse la signora in macchina con noi. “Aspetta, aspetta! E’ la moglie del figlio… del cugino… del nonno… di nonno Arturo… Forse ho capito!”, le ho risposto incerta. Il tutto per dire che la casa in cui avremmo fatto la merenda era di alcuni nostri parenti comuni… e lontani.

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Per non parlare poi dell’ora della merenda. Uno spuntino, tra l’altro, alle cinque del pomeriggio composto da fichi caramellati, squacquerone, pizza fritta e piadina, salumi, crostini e dolci. E tanto vino, rosso e bianco, in piccole caraffe di vetro. E lì bene che le relazioni di parentela, i gossip e il vociferare si son fatti padroni. Di fronte a noi, immerso in mezzo a una cricca di sole donne, un tenero ometto dagli occhi azzurri e vispi cercava di tirarsi fuori da discorsi pettegoli. “A me piace farmi gli affari miei, ma a Granarolo le cose le vieni a sapere per forza! Al Circolo, poi, tutti vogliono sapere e tutti vogliono raccontare!”, diceva rassegnato. Sono cose da donne ma inevitabilmente è precipitato anche lui in questo vizio.

Affianco a lui c’era una minuta signora che si appresta a compiere i novant’anni. La Rosa ha gli occhi vispi, azzurri, e l’espressione del volto la facevano sembrare più una di quelle bambinette furbastre, attente e senza peli sulla lingua. Ad un certo punto, ha coinvolto nelle conversazioni anche il dottore seduto di fronte a lei, che fino ad allora si era limitato a ascoltare gli sproloqui della moglie.

Gli ha fatto i complimenti per il suo libro, “Faenza anno zero”, che aveva letto recentemente. Il professore, che ne ha approfittato per dare una lezione di storia sulla Grande Guerra ai presenti, è stato più volte interrotto e contraddetto dalla signora. Dopodiché, forse spazientito, le ha chiesto cosa avesse capito di quel libro, siccome era molto complesso. “L’ho riletto poco tempo fa e io stesso – ha ammesso – l’ho gettato via alla decima pagina perché incomprensibile!”. La Rosa gli ha risposto che lei è curiosa, e se si mette in testa una cosa, ci si intestardisce finché non la fa. Al ché lui l’ha voluta mettere alla prova: “Se ha davvero letto il mio libro, allora dovrebbe ricordare come mi chiamo?!”. La Rosa ha indugiato e subito sono cominciati gli scherni nei confronti dell’anziana. Poi si è come svegliata improvvisamente: “Strocchi Casadio!”. E’ calato il silenzio. “Ciò, am vô um pò ma dop a’j’arriv!” (Ciò mi ci vuole un po’ ma poi ci arrivo!), ha commentato con lo sguardo vincitore.

Tra il salato e i dolci, è stato invitato un commediante faentino a presentare una breve analisi socio-linguistica sui modi in cui viene utilizzato il romagnolissimo intercalare “ciô”. Rimando al video, perché non saprei come descrivere e riportare con altrettanta enfasi e astuzia la vivacità linguistica di questa gente. La maggior parte del monologo è in dialetto romagnolo, rendendolo ricco ma allo stesso tempo non comprensibile a tutti. Io il dialetto non lo parlo, “lo mastico” come si dice, però lo capisco. E mi sono fatta delle grosse risate. Per questo l’ho voluto postare e, sempre per questo, l’immagine spesso tremerà.

 

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