Il primo incontro

Venerdì 17 maggio, alle 18, c’è stato il primo incontro di Community Mapping. Sapevo che dovevo recarmi in Via Odazio 7 e ho cercato da sola i mezzi di trasporto per arrivarvi. Ho sbagliato tutto, mi sono persa, ho camminato per chilometri e sono arrivata in ritardo. Il che non mi è dispiaciuto: so che è una sorta di rituale di iniziazione in un luogo nuovo e ciò permette di conoscere anche altre aree di una città dove magari non ti recheresti se non con scopi ben precisi.

Se fossi andata a piedi o avessi preso il 9 fino a Viale Coni Zugna, e se poi di lì avessi preso immediatamente il 14 per poi scendere di fronte a Via Odazio, non sarei passata per Porta Genova (ora mio punto di riferimento), non avrei fiancheggiato i Navigli lungo via Ludovico Il Moro e non avrei visto certi scorci dal cavalcavia Brunelleschi. Ma, soprattutto, la passeggiata per via Giambellino è stata fondamentale cominciare a fare “mente locale”.

Il giorno dopo, ritornando a Faenza in treno, ho proprio letto un passaggio riguardante il perdersi e l’ambientarsi in uno stuzzicante libro di Franco La Cecla intitolato proprio Mente Locale. Egli sostiene che l’atto del perdersi è visto oggigiorno dalle società moderne come una gaffe, un errore dovuto alla distrazione o all’alienazione del soggetto. Il “qui”, l’essere presenti e consapevoli del luogo in cui ci si trova, è diventato estremamente volatile e impercettibile, soprattutto dalla comparsa di determinati dispositivi elettronici.

Insomma, “la sensorialità spaziale ha sempre meno importanza… ci pare di non comprendere e di non esprimere e comunicare più attraverso un’esperienza fisica dello spazio”. Eppure, continua La Cecla, i processi di smarrimento e disorientamento “tornano vitali ogniqualvolta ci dobbiamo ambientare o ri-ambientare; con una costruzione che è molto simile a quella dell’apprendimento di una lingua straniera, dobbiamo esorcizzare l’estraneo e per fare questo, almeno in parte, perderci in esso”.

Quando ho finalmente trovato la casétta in via Odazio, ho trovato il gruppo che si apprestava a entrare – in giardino faceva troppo freddo mi ha detto un’organizzatrice –, ciascuno munito con una propria sedia e qualcuno intento a portar dentro bevande e contenitori ricoperti di alluminio. Si trattava effettivamente di un “aperitivo di presentazione” da cui avrei dovuto cogliere più dettagli sul laboratorio e, eventualmente, decidere di rimanere o ritirarmi. Come mi accade spesso, al contrario, non ho prestato particolare attenzione alle parole dette, quanto piuttosto al contesto e a tutti coloro che erano presenti nella stanzétta.

Eravamo all’incirca una trentina, disposti in cerchio all’interno del pre-fabbricato. Uno spazio forse una volta sterile, ma ad oggi caricato di colori, poster e volantini informativi. Tavoli, sedie, pannelli per la video-proiezione, pacchi e materiali di lavoro ovunque facevano pensare a un centro ricreativo e culturale. E di fatti, si tratta del centro dell’Associazione Giambellino.

C’eravamo noi “prescelti”, 19 per l’esattezza – che poi mi è stato riferito essere un numero ben superiore a quello inizialmente deciso: 12 –, ognuno proveniente da un campo disciplinare diverso, con esperienze eterogenee ma complementari: assistenti sociali, musicologi, “giambellinesi”, urbanisti, antropologi, video-maker, fotografi, appassionati di musica, ingegneri, architetti, sociologi, …

C’erano poi gli organizzatori e alcuni collaboratori del progetto, appartenenti all’Associazione culturale Dynamoscopio. C’erano i “professori” e i coordinatori dei gruppi audio e video che ci avrebbero incamminato in questa esperienza al Giambellino. Vi erano anche i membri di altre Associazioni, come Samarcanda e Le radici e le ali, le quali si occupano di ricezione e supporto agli immigrati e che faranno da supporto all’equipe per entrare in contatto con gli abitanti del quartiere.

Ci sono state date alcune informazioni riguardanti gli obiettivi e le modalità di svolgimento del laboratorio. Da quello che ho capito, il gruppo della Dynamoscopio si è attivato un paio di anni fa nel tentativo di ricostruire la storia e le rappresentazioni del quartiere popolare Giambellino. Una ricerca sul campo di stampo antropologico, incentrata sull’intervista ai residenti, e da cui sono scaturiti un libro e un documentario. A questo progetto, denominato “immaginariesplorazioni”, hanno voluto dar seguito con una ricerca più ampia, effettuata da un team multidisciplinare e che prevedesse, oltre alla mappatura visiva, anche quella audio. Così è nato “Community Mapping”.

Una mappatura quindi, partecipata, che assecondi cioè l’etica antropologica di rendere partecipi gli interlocutori sul campo delle attività svolte e, ancor più, di negoziare le rappresentazioni che verranno prodotte su di essi. Un lavoro di collaborazione, infine, il cui prodotto finale non sia solo fine a sé stesso o per la gloria di coloro che vi hanno partecipato, ma che possa essere utile per gli abitanti del Giambellino. Infine, un laboratorio partecipato, di collaborazione tra di noi, membri dell’equipe, per cui ciascuno è stato invitato a dare il proprio apporto, a sviluppare idee e a condividere le proprie conoscenze.

Oltre a ciò, non ci sono stati dati molti punti di riferimento e delucidazioni precise sullo svolgimento del laboratorio. Si tratta piuttosto di un work-in-progress, una ricerca che si viene a costruire da sé, procedendo e riflettendo continuamente sul lavoro svolto, sul materiale raccolto e su ciò che nascerà dall’intreccio dei nostri eterogenei contributi e criteri. Una metodologia che appoggio e che è insita alla ricerca etnografica.

Come viene insegnato nei corsi base di etnografia all’università, non esistono (più) manuali che spieghino passo per passo come svolgere ricerca sul campo, in quanto ciascuna dipende dal suo autore, dalla sua soggettività, e dalle circostanze stesse del campo. Un’osservazione che ho tuttavia riscontrato in tutti i corsi di etnografia (ne ho seguiti 3, tra Venezia e Coimbra, triennale e magistrale) è proprio quella per cui non vale la pena programmare dettagliatamente la ricerca: gli imprevisti devono sempre essere tenuti in conto, in quanto spesso vanno a modificare l’assetto della ricerca, i tempi e le modalità.

Lo stesso vale per il proprio oggetto di studio: è importante avere ben chiaro il focus di analisi, ma bisogna essere completamente aperti a eventuali modifiche, rivalutazioni e trasformazioni radicali. Prima di partire per il campo si può avere una precisa idea di alcune dinamiche che hanno attirato l’attenzione dell’etnografo e che si presuppone di incontrare. Soprattutto quando ci si è preventivamente informati, quando sono state lette le pubblicazioni di altri ricercatori e, magari, su di esse è stata delineata l’ipotesi di ricerca. Accade spesso, però, che ciò che si incontra sul campo sia totalmente differente da quello che ci si aspettava e, per correttezza di informazioni e per coerenza con la disciplina, si è in un qualche modo obbligati a stravolgere le ipotesi iniziali.

Dato che il team del Community Mapping si dividerà in due gruppi, gli organizzatori hanno deciso di delineare un comune denominatore che potesse mantenere tanto il gruppo quanto l’indagine coesi: l’intercultura. “Intercultura” è un concetto antropologico con mille sfaccettature, teorizzato e costruito sulla base di determinate circostanze socio-temporali, in particolare la globalizzazione e il neo-liberalismo contemporanei. Tuttavia, ci è stato presentato come una scatola vuota, un contenitore che dovremmo contribuire a colmare durante questo percorso. Un focus, insomma, che dobbiamo tenere in mente, ma che contribuiremo a delineare pragmaticamente durante questo work-in-progress.

Conclusa la riunione abbiamo sciolto le righe e ci siamo mescolati tra di noi, per conoscerci e chiacchierare di fronte a un bicchiere di birra o vino, e alcuni gustosi piatti preparati dai ragazzi del Giambellino. Ho attirato subito l’attenzione per il fatto di essere l’unica “gringa” del team. Tutti erano incuriositi sul come avessi fatto a venire a conoscenza del laboratorio e sul perché avessi deciso di recarmi a Milano. Così ho esposto brevemente la mia identità, e anche i primi membri del gruppo che ho conosciuto hanno fatto lo stesso. Un primo incontro, un primo contatto e tanto da imparare e costruire. Penso che il laboratorio si farà interessante!

Dopo la riunione sono stata invitata dai ragazzi a unirmi a loro per cenare in un ristorante cinese e giapponese. Ho accettato entusiasta l’invito, consapevole che ciò mi avrebbe permesso di apprendere qualcosa in più sul quartiere. Finora mi era stato parzialmente chiarito di cosa si trattasse il laboratorio, ma rimaneva per me ancora un’incognita dove mi trovassi e il perché della scelta di questo quartiere, piuttosto che un altro.

Il Giambellino non era che una lunghissima via solcata nel mezzo da una fascia erbeggiante, tagliata dai binari del tram 14. A cena, invece, le rappresentazioni esposte dai commensali hanno cominciato a riempire il mio immaginario del Giambellino. Ma di questo ne parlerò in un altro momento.

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