Verso nuovi confini e oltre

Ricevo ancora delle e-mail dai professori di antropologia di Ca’ Foscari. Informano di tutto: borse e bandi di ammissione a università europee e statunitensi; convegni e seminari riguardanti una miriade di campi di studio legati alle scienze umane; promozione di libri e riviste, cartacei o digitali; petizioni e notizie riguardanti i movimenti indigeni; informazioni dei corsi e dei ricevimenti. A volte si trovano semplicemente gli auguri di buon Natale.

Spesso ci do un’occhiata. Altre volte archivio il tutto senza nemmeno aprire la corrispondenza: mi basta leggere l’oggetto e già so che contiene qualcosa per me irrilevante. Da quando mi sono laureata, però, sono solita leggere tutto ciò che mi viene inoltrato, nella speranza di trovare una strada percorribile e inerente ai miei interessi.

Nella prima decade di maggio ho trovato nell’elenco della posta elettronica una scritta interessante: “Community Mapping”. Ho aperto l’e-mail e non vi ho trovato altro che un allegato: si trattava di un bando per partecipare a un “laboratorio permanente di etnografia partecipata” del quartiere Giambellino- Lorenteggio. Milano… Per tutto il periodo estivo…

Continuo a leggere: “Tale laboratorio si propone di raccontare la polifonia interculturale del territorio, attraverso la composizione di percorsi audiovisivi e paesaggi sonori”. Quindi, continua la descrizione, vi sarà una prima fase di tipo formativo – “intervista antropologica, paesaggio sonoro, immagine e video come strumento di racconto e relazione” –, seguita dalla fase “di sperimentazione” in cui il team si dividerà tra “esplorazione visuale” – “per comporre un panorama interculturale a partire dalla dimensione domestica degli abitanti” – e “esplorazione audio” – “per comporre una geografia sonora del territorio, indagando la suggestione della città come soundscape”.

«C*, interessante! Ma, aspetta un attimo: quanto chiedono per un laboratorio di questo tipo? Oppure, non è che tra i requisiti per presentare domanda vi siano capacità e un equipaggiamento di cui non dispongo? Sicuramente c’è una qualche clausola che mi impedirà di partecipare, come in tutti gli altri bandi scrutinati» pensavo tra me e me.

Ho proseguito a leggere un po’ scettica, fino a quando ho visto che non vi era alcuna clausola o requisito: la domanda, da presentare entro una settimana, richiedeva solo le generalità e un contatto, il domicilio («Io però non sono di Milano…») e una breve presentazione “in cui emergono eventuali esperienze nei campi di mappatura urbana, antropologia, audio video, sperimentazione sonora” («Cavolo, ho delle speranze!!»). Il giorno seguente alla scadenza, “entro le ore 20”, avrebbero poi comunicato la selezione ai partecipanti e due giorni dopo sarebbe cominciato il laboratorio. Oltre a 20€ richiesti nel momento della conferma, non si parlava nemmeno di importi di partecipazione.

«E adesso cosa faccio? Mi butto o non mi butto? Ehm… Milano… Non vedevo l’ora di godermi un po’ il mare! Ho patito il freddo quest’inverno, dopo aver trascorso l’ultimo anno e mezzo al caldo, e adesso mi tocca passare l’estate a Milano? Però… l’idea di tornare in una grande città non è male! Solo che è Milano: smog e niente mare, gente fredda e fighetta, puzza sotto al naso e moda, Lega… E un antropologo dovrebbe essere spoglio dai pregiudizi?! Mmm… Ma ho proprio voglia di rischiare?».

Ho deciso di consultarmi, di ascoltare il parere di chi mi conosce bene e ha seguito il mio percorso. C’è stato chi mi ha vivamente sconsigliato di andare: “Per il tuo percorso professionale, ti dico di farlo. Per quello spirituale, tuo, di crescita, ti consiglio di non farlo! E poi chi ti sopporta più quando te ne torni a casa?!”. Al contrario, qualcuno mi ha subito vista intraprendere una nuova avventura: “Il ritorno alla grande città e il fatto di allontanarti un po’ da Faenza, vedrai che ti faranno bene! E poi, va bene i pregiudizi, ma è anche l’occasione per sfatarli! Vai!”.

Vi è stato anche il parere di chi non mi conosce affatto; un ragazzo che ho recentemente conosciuto tra le tante attività serali a cui sono dedita e che in quel periodo incontravo spesso in giro. “Io ho abitato a Milano per un po’ e non è così tremenda come la si può immaginare. C’è tanta gente e non sono tutti fighetti, con la puzza sotto al naso! Nella periferia sud, poi, dove andresti tu, sono tutti più freak, più alla mano. Poi vedi tu: io ho abitato per tanti anni in grandi città – Milano, Roma, Berlino – e ora ho trovato la pace nella piccola e serena Faenza. Forse però è una questione di età, e magari tu devi ancora dar sfogo alla tua voglia di girare e sperimentare”.

Ho fatto tesoro di queste opinioni e consigli. Mi vedevo proiettata in ciascuno di essi – lo squilibrio che ho provato a vivere in una grande città, ma allo stesso tempo la mia dipendenza dagli stimoli che essa può generare e la necessità di buttarmi in un’insolita e improvvisa avventura –, tuttavia nessuno mi aveva fatto prendere una decisione. Poi mi sono chiusa a riccio e ho sentito fortissima dentro di me la sensazione che sarei stata scelta. I dubbi sono allora aumentati: potevo sfidare il mio istinto e evitare di dover passare l’estate a Milano, oppure tentare e vedere cosa sarebbe successo.

La permanenza a Milano non era poi così allettante, ma il laboratorio lo era eccome. Il fatto di trasferirmi mi suscitava una sottile svogliatezza (avrei dovuto organizzare tutto in una settimana circa…), ma l’idea di muovermi da Faenza, dopo un anno, mi eccitava. L’idea di mettermi in gioco e… giocare, ancora di più! Alla fine ho deciso di lasciare il tutto nelle mani del destino, come avevo già fatto in precedenza.

Da insaziabile fatalista, avevo lasciato che la sorte decidesse se dovevo rimanere a Faenza fino a dicembre 2013, come amavo pensare. Il motivo era un corso di formazione in Project Management di eventi culturali che si teneva a Ravenna e per il quale la Regione metteva a disposizione dei finanziamenti. Non ho vinto la borsa e, quindi, era per me un segno che non dovevo rimanere a Faenza per un altro anno. Lo stesso sarebbe stato per il Community Mapping: se dovevo conoscere Milano e passare anche da lì lungo il mio percorso, sarei stata accettata…

Ho preparato una specie di curriculum vitae un po’ insolito. Nel call era richiesto di scrivere al massimo 500 battute, ma non sono mai stata brava nell’essere sintetica e volevo rendere chiare tutte le mie esperienze: la laurea magistrale in antropologia con tesi su un genere musicale di Rio de Janeiro, conseguita con lode, il periodo di studi e la ricerca sul campo nella metropoli brasiliana per un periodo di 9 mesi e i laboratori teatrale e di cinema che sto frequentando.

Ho aggiunto tre righe di motivazione, in cui ho spiegato che ero interessata al laboratorio per integrare le mie conoscenze con altri approcci alla città e alla musica che non fossero prettamente culturali. Per quanto riguarda il domicilio, devo ammettere che ho detto una “semi-bugia”: ho inserito l’indirizzo di Faenza e ho aggiunto che avrei la possibilità di essere ospitata a Milano. Di fatto conosco svariate persone che vivono a Milano, ma non avevo la certezza che mi avrebbero ospitata Infine, una foto di me e una di Rio de Janeiro, scattata dal Cristo Redentore, per impreziosire il tutto. Senza pensarci troppo su, il 10 maggio l’ho inviata e sono uscita a bere con un’amica.

I giorni seguenti sono trascorsi silenziosi. La mia mente continuava a vociferare e già pensavo che avrei dovuto cercar casa, guardare gli orari dei treni, contattare eventualmente qualcuno che mi ospitasse, e cercare un lavoretto per mantenermi. Ma ho preferito rimandare finché non avessi ricevuto la conferma di partecipazione.

Quando è arrivato il 15 maggio l’ansia ha cominciato a farsi sentire. Dovevo attendere fino a sera, e io odio le attese! Soprattutto quando così determinanti. Nel pomeriggio ho cominciato a cercare qualsiasi sotterfugio che mi distraesse la mente. Ho fumato una sigaretta dietro l’altra e, a cena, mi sono alzata da tavola dopo ogni boccone per controllare la posta. Nessuna notizia. Alle 20:20 ho concluso che non ero stata accettata, benché mi avessero riferito che, in ogni caso, avrei ricevuto una e-mail.

Alle 21 passate mi stavo apprestando a scrivere su Facebook la sconfitta. Ero un po’ delusa: forse ci tenevo davvero ad avventurarmi a Milano… E poi, il mio istinto stava fallendo così miseramente?! Prima di pubblicare il post della disfatta ho però voluto controllare per l’ultima volta la posta elettronica, e l’ho trovata! C’era una e-mail di Chiara&Jacopo che mi annunciava: “Con piacere … vi comunichiamo di essere stati selezionati per far parte di Community Mapping … Vi ricordiamo che venerdì 17 ci sarà l’aperitivo di inizio workshop”.

Il 17 maggio sono salita sul primo treno che mi portava a Milano.

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