Prima bozza sul Morro do Pinto

Faenza, 06 gennaio 2012

Nel periodo in cui ho cominciato a svolgere la ricerca sul campo a Rio de Janeiro non conoscevo ancora molto bene la città e ancor meno alcuni dei suoi quartieri. Il Morro do Pinto lo frequentavo da poche settimane e in maniera saltuaria. È stato poi col passare del tempo, con l’intensificarsi dei rapporti di amicizia con i suoi abitanti e grazie al fatto che vi sono presenti numerosi e assidui baile funk, che ho cominciato a frequentare questo morro situato nella zona portuale della città.

Ogni volta che mi dovevo recare al Santo Cristo, il quartiere dove si trova il Morro do Pinto, prendevo l’autobus 178 direzione Rodoviária (la stazione centrale delle corriere), l’unico che allungava il percorso passando nella zona, e impiegavo dalla mezz’ora ad un’ora dipendendo dal traffico del Centro. Scendevo subito dopo la chiesa che da il nome al bairro, situata ora al centro di un trafficato incrocio di alcune arterie della zona portuale, e poi salivo il morro. Potevo scegliere tra due cammini: o una stretta viuzza in salita, ma non troppo ardua, oppure un’altra strada con un’ardua pendenza. Nella prima si incontravano un giovane luogo di culto (“terreiro”) della Umbanda e spesso dei cani feroci, mentre la seconda strada era molto ripida e nemmeno le automobili si azzardavano a risalire. Solitamente sceglievo la prima. All’incrocio dei due sentieri dovevo continuare a salire per la strada dritta e scoscesa, a metà della quale si trovava la casa di S., J. e R. Poi passavo un incrocio e scendendo sull’altro versante della collina per percorrere infine la “Nabuco” in direzione del Gremio Recreativo do Bloco Carnevalesco “Eles Que Digam”. Qui abbiamo frequentato alcuni baile pago- funk.

Ci incontravamo al bar di Tonhão e, accompagnati nell’attesa da birra fresca e noccioline e dalle chiacchiere della gente del quartiere. Ricordo sopratutto di una fresca brezza che sollevava dalle afose giornate primaverili e estive. Il bar non è più grande di dieci metri quadri, completamente invaso da frigoriferi e da un piccolo cucinotto. L’igiene lascia a desiderare, ma l’accoglienza e la semplicità del posto e delle persone che lo bazzicano mi facevano subito dimenticare qualsiasi disagio, anche perché lo spazio più usufruito è quello esterno, ai due lati della strada, dove venivano collocati i tavolini. La pace di quel luogo è sicuramente invidiabile da molti abitanti delle zone più trafficate di Rio, potendo ascoltare più che altro il suono degli uccelli e, solo raramente, il rombo di un’auto o di una moto che risalgono la ladeira (“salita, pendenza”). Sulle nostre teste si distendeva un grandissimo parco inclinato, che risale la pendenza della collina fino alla sua vetta. In cima si trovano due spaziosi campi da calcio, un parco divertimenti per bambini con altalene e giochi vari, ed uno spettacolare belvedere sul morro vicino, quello della Providência, la Central (stazione centrale dei treni) e la zona centrale di Rio, nonché sull’area portuale e la baia di Guanabara.

Infine, mi preme dire che sul Morro do Pinto si può respirare l’aria storica e culturale di una zona vissuta, pregna di storie provenienti dal mare, e di note e suoni che vengono chiamati choro, chorinho o samba, generi musicali che sono nati in questa zona, tra i quartieri del Santo Cristo, Gamboa e Saúde. L’aspetto non è propriamente quello di una favela, come invece lo sono la Providência ed altre aree nel vicinanze, ma piuttosto di un’area urbanizzata e dai tratti architettonici di inizio Novecento, in cui le case portano ancora i ricordi coloniali, basse e spesso ricoperte di azulejos, le colorate piastrelle di ceramica di tradizione araba e lusitana, con un grande timpano sulla facciata in cui spesso è riportato l’anno di fondazione dell’edificio.

È stato attraverso il collega S. (che ha abitato al Morro do Pinto per la maggior parte della sua permanenza a Rio) che sono arrivata in questa zona chiamata anche la “Piccola Africa” carioca. Tutto è cominciato quando S. mi ha invitato ad andare a bere un paio di birre al bar do Tonhão, che aveva cominciato a frequentare con i suoi coinquilini e di cui mi parlava spesso a lezione. Qui ho conosciuto i proprietari, nonché alcuni degli abitanti del quartiere, specialmente quelli che abitavano nelle vicinanze e su quel versante della collina.

Primo fra tutti T., il proprietario del piccolo baretto, grande lavoratore con competenze acquisite in maniera auto-didatta e che ama costruirsi tutto da sé: da una semplice mensola per il bar alla struttura di casa propria e di eventuali spazi di cui necessita, come una piccola stanza innalzata nel mezzo del giardino. Sempre serio e con la mente impegnata in future e possibili attività lucrative, nasconde dietro quell’aria impassibile ed alla grande stazza, un cuore da tenerone, con l’immagine della figlia (nata dall’unione con una donna che non ho mai visto né conosciuto) tatuata sul braccio destro.

Ad appoggiare ed aiutare il “boss”, vi sono la piccola ed affettuosa compagna J. e la figlia di lei, G., che, come una sorella adottiva (così mi chiamava lei stessa), mi ha accompagnata ed introdotta nei baile della zona. La prima, giovane donna sulla quarantina di statura molto bassa e dalla corporatura piuttosto rotonda, lavora in un ospedale a Botafogo, Zona Sud della città, e la sera si aggrega alla figlia nel lavoro al bar, servendo i clienti, preparando deliziosi manicaretti. G, invece, vi passa le giornate, essendo questo il suo lavoro. Ha compiuto quest’anno 34 anni e, spesso, porta con sé al bar i due figli, I&I, che abitano in casa con la sorella transessuale di lei.  Queste due ultime generazioni, inoltre, sono le uniche ad essere nate a Rio, ad essere e definirsi carioca, mentre T. e J., come del resto la maggior parte degli abitanti del morro, sono immigrati dal Nord-Est del Brasile e loro nello specifico da un piccolo villaggio nel sertão(1) dello Stato del Ceará.

P. e M. provengono rispettivamente dagli Stati di Minas Gerais e Maranhão, da cui deriva appunto il soprannome del secondo. Questi erano entrambi assidui frequentatori del bar e il primo continua a presentarsi immancabilmente ogni sera, dopo essere tornato dal lavoro, mentre il secondo, dopo varie vicende che non sto qui a narrare, ha abbandonato T. nel mese di marzo per cominciare a frequentare il bar di sotto. Non l’ho mai più visto fino a quando non ho messo piede nel bar concorrente l’ultimo giorno di soggiorno a Rio, quando sono passata a salutarlo. Di lui, a dire il vero, non so molto, ma nonostante ciò è sempre stato una presenza ferma durante le serate ed i pomeriggi passati al Morro.

Ben diverso è invece P., il quale mi ha accompagnata nei baile pago- funk della zona ed a cui ho attribuito il ruolo di “insegnante di balli funk”. Anche il figlio quattordicenne M., a cui tuttavia non piace molto la musica funk benché, come tutti i ragazzini della zona, abbia alcuni brani tra i più conosciuti sul cellulare, passava spesso dal bar e ci perdevamo in lunghe conversazioni sulla scuola e sui compiti a casa. Vi erano poi i coinquilini di S., J. e R., entrambi musicisti e disponibili ad intrattenere conversazioni sul funk ed a improvvisare un choro ovunque fossero: in casa, al bar o a casa mia, alla festa per la mia partenza, dove si sono presentati con i loro strumenti (rispettivamente il pandeiro, ossia il tamburello, ed il cavaquinho, il mandolino) per farmi un regalo, per lasciare un ricordo da portare con me in Italia.

Inoltre vi è un altro frequentatore del bar e abitante del Morro do Pinto dalla nascita, L., il dj funk del bar do Celio, professione questa che tuttavia ha lasciato nel momento in cui la sua ex-moglie e le due figlie di pochi anni sono tornate a vivere in casa con lui, che ho potuto intervistare durante la mia seconda permanenza a Rio.

Non posso tralasciare, in questa descrizione, l’affetto ed il forte senso di amicizia che si è venuto a creare con la gente del bar do Tonhão, al Santo Cristo, e di cui ho nominato solo coloro che sono stati influenti nella ricerca sul campo effettuata, tralasciandone in realtà molti altri. Posso affermare che, nonostante abitassi piuttosto lontana dall’area portuale, sono stati la mia famiglia adottiva durante i mesi di campo.


(1) Il sertão è, come lo definisce Ettore Finazzi Agrò, “quell’enorme spazio inospitale che occupa una porzione notevole dello sterminato entroterra brasiliano” (Arsillo & Fiorani, 2007).

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