Faenza sotto assedio

E’ da oltre una settimana che mi assillo con questo post. L’ho scritto di getto una sera, al tavolo di un bar, presa dal raptus innescato da un episodio avvenuto la notte prima e, ai miei occhi, inammissibile. Ho poi contattato un’amica perché mi aiutasse a farlo pubblicare su un quotidiano locale e ho chiesto il permesso alle persone coinvolte di creare un po’ di rumore sulla faccenda.

Il giorno seguente sono stata contattata da un giornalista che voleva pubblicare un’articolo sull’accaduto e voleva sapere da me i dettagli. E’ presto divenuto chiaro che il mio articolo non avrebbe avuto diffusione cartacea, che sarebbe stato lui a rendere nota la soffiata che gli ho fatto. Essendo lui contrattato dal giornale, avendo le competenze giornalistiche per redarre l’articolo e data la necessità di scrivere una cronaca e non un punto di vista soggettivo, non ho controbattuto, anche se mi sono sentita un po’ raggirata.

Volevo comunque diffondere il mio “J’accuse”, poter urlare in un qualche modo la rabbia che provo per l’assedio dei criminali nella mia città natale, l’inumanità con cui agiscono e, soprattutto, le retoriche che spacciano il tutto come un qualcosa di “normale”. Questo blog non vuole essere di carattere politico, quanto piuttosto narrativo e biografico. Ma poi mi sono decisa: ecco a voi l’articolo.

Faenza sotto assedio

In tempo di guerra le città vengono pattugliate dall’esercito, i cittadini si rintanano in casa o nelle cantine e una cappa di terrore aleggia per le strade. Nelle grandi metropoli in cui i tassi di violenza superano i tassi di natalità, i cittadini vivono nella speranza di riuscire a tornare a casa ogni giorno incolumi, se non vivi. Le case sono barricate, i bambini delle famiglie più agiate sono scortati fino a scuola e la diffidenza verso gli altri abitanti complica le relazioni sociali.

Non ho mai visto la guerra, anche se i racconti degli anziani sono talvolta così realisti che se ne può facilmente condividere il dolore e la paura. Ho però vissuto un anno a Rio de Janeiro e ho potuto condividere con gli oltre 16 milioni di persone che ci abitano l’ansia e la preoccupazione quotidiana.

Ma questo non è il caso di Faenza, in cui i suoi 60 mila abitanti possono ancora godere della pacifica e tranquilla vita del grande paese di campagna. In cui tutti si conoscono, si può ancora passeggiare di notte, girare in bicicletta e beneficiare di un’aria pressoché incontaminata. Questo, almeno, nei miei pensieri.

Furti ce ne sono sempre stati, qualche piccolo atto vandalico è sempre apparso sulla prima pagina del Resto del Carlino, ma la situazione ultimamente sta degenerando. Quando sono tornata dal Brasile, un anno fa, sono stata messa in guardia nell’avventurarmi di notte da sola e i racconti di amici e parenti facevano supporre che, durante la mia assenza, Faenza fosse entrata in guerra o fosse diventata una metropoli violenta.

Schernivo le raccomandazioni esagerate e sfidavo qualsiasi “pericolo”.

Solo ora comincio a rendermi conto della criticità degli avvenimenti che coinvolgono la mia città natale e mi rammarico che siano pochi i provvedimenti e le azioni intraprese per contenere la diffusa criminalità che stravolge la vita faentina. Se oggi sono qui a scrivere questo articolo è perché ieri notte è avvenuto qualcosa di inammissibile.

In un anno di permanenza a Faenza sono stata scossa dai furti subiti dalla mia indifesa nonnina di 91 anni, di cui il primo avvenuto in casa – le hanno rubato tutti gli ori di famiglia, i ricordi e l’eredità delle figlie – e l’altro mentre apriva il garage di casa – le hanno rubato il portafoglio e prelevato dal bancomat i risparmi della pensione, che doveva usare per pagare le cospicue spese condominiali. Anche un’altra mia familiare è stata assalita mentre riponeva la bicicletta in garage e le è stata strappata la collana dal collo.

Ho udito storie di amici a cui sono entrati in casa, a cui è stata forzata l’auto o a cui è stato svaligiato il magazzino dell’azienda. Una domenica pomeriggio hanno anche tentato di entrare nell’azienda di famiglia. Fortuna è stata che quel giorno il mio colossale fratello era passato per fare alcuni lavori e i ladri sono scappati con le mani vuote.

Mi è arrivata voce che avvengono non così raramente stupri durante le feste o per le vie del centro. Sul giornale ho letto che gli atti di vandalismo si sono trasformati in attacco alle istituzioni cittadine e al commercio locale, le auto vengono bruciate e le organizzazioni criminali sono in aumento.

Una notte di fine giugno, come se non bastasse, alcuni ladri sono entrati in casa di una famiglia con la quale sono cresciuta. Hanno perforato la finestra della cucina e si sono addentrati nella sala da pranzo, ora occupata da un letto d’ospedale. Lì giace immobile il padre di famiglia, malato di SLA, circondato da tubi per respirare e alimentarsi e da macchinari che ne controllano la vita. Indifferenti alla scena, i ladri hanno proseguito verso le camere da letto e hanno rubato qualsiasi bene di valore che hanno trovato a portata di mano.

Ora, vi sono tutta una serie di dinamiche che conducono alcuni individui a rubare, e questa crisi economica di certo non aiuta. Non sono qui per invitare a criminalizzare certi gruppi, sociali o etnici, e spero che nessun lettore trovi qui uno spunto per una qualche discriminazione xenofoba e razziale. Voglio piuttosto porre l’attenzione sul fatto che la dignità umana viene calpestata con fare irrisorio.

Altrettanto preoccupante è che il tutto viene presentato come normale, che questo tipo di furti è entrato nella routine tanto di Faenza quanto di molte altre città italiane. Ma ciò, a Faenza,  non è mai stato “normale” e non deve essere considerato come tale. Siamo un numero circoscritto di cittadini, che vive in un’area urbana ristretta e dove la criminalità potrebbe essere più facilmente controllata. Come è possibile movimentare venti volanti in una sola sera per pattugliare i principali locali notturni faentini – altro avvenimento giudicato “normale” –, penso che sia possibile garantire maggiori controlli a tutta la popolazione e un po’ più di sicurezza.

Alcune disgrazie e difficoltà della vita non sono prevedibili o arbitrarie, ma altre si e su questo bisogna continuare a indignarsi, e attivarsi perché non si ripetano “normalmente”.

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