Suoni onirici

A differenza dei primi due incontri in cui era presente tutta l’equipe del Community Mapping, sabato 1 giugno si è tenuto il primo ritrovo esclusivo del’equipe audio. Oltre a Nicola e a Jacopo, coordinatori del progetto, c’eravamo noi 10 “prescelti”. L’ordine del giorno prevedeva una “passeggiata sonora in quartiere”. Tuttavia Nicola ha preferito fare una breve panoramica sugli strumenti che utilizzeremo e farceli sperimentare, prima di avventurarci nella dimensione sonora del Giambellino.

Il “paesaggista sonoro” ci ha mostrato l’equipaggiamento che ci accompagnerà in questo viaggio acustico e attraverso il quale ne dipingeremo i paesaggi. Quegli aggeggi che, a prima vista, mi sono sembrati simpatici, si sono però rivelati ostili nel momento in cui si sono presentati nel loro linguaggio tecnico. Si trattava di due microfoni a condensatore, con pre-amplificazione e con alimentazione phantom; uno mono e l’altro stereo. Nicola ha poi mostrato i diagrammi polari dei microfoni cardioidi, ipercardioidi e due cardioidi stereo, i quali mostravano il raggio di azione e di registrazione dei diversi tipi di microfono. In seguito ha delineato brevemente il funzionamento dello zoom: quali tasti premere, la sequenza in cui preparare lo strumento alla registrazione e alcuni accorgimenti che è bene tenere in mente.

In questo corso accelerato di audio-registrazione sono stati pronunciati termini quali “camere anecoiche”, “fuori sincrono”, “saturazione del suono”, “equalizzazione”. Potevo intendere dalla discussione di cosa si trattasse, ma mi sono confusamente persa in questo linguaggio per me alieno. C’era invece chi intendeva di cosa si stava parlando.

Ortensia, ad esempio, ha riportato la propria esperienza in una camera anecoica alla Cité de la Musique a Parigi. Si è persa nei ricordi, nel tentativo di rievocare, e quindi descrivere, le sensazioni estranianti dello stare in un ambiente totalmente privo di suono, o meglio, in cui il suono emesso viene completamente catturato dall’ambiente e non viene più reso al suo proprietario, alla sua fonte. “Urlavo, gridavo contro le pareti, ma non riuscivo a sentire i suoni che emettevo. Era come se non fossi fisicamente presente”, ha riportato l’appassionata musicologa.

Ho scritto alcune scratch notes casuali sul diario, che sarebbero servite come punto di partenza per uno studio e chiarimento successivo. Ciò che sono riuscita invece a cogliere in quel momento, sono stati gli accorgimenti pratici, come ad esempio la necessità di utilizzare alcuni accessori per ottenere una qualità sonora il più “pulita” possibile già nella prima fase di produzione. Tra questi, le aste telescopiche, le sospensioni elastiche, il boompole, i quali permettono di attutire i “rumori” prodotti nel maneggiare il registratore. Oppure l’utilizzo del death cat, quell’ammasso grigio e peloso che ricopre i microfoni all’aria aperta per impedire che il vento interferisca nell’audio.

Come ogni buon antropologo, possiedo un registratore che ho ampiamente utilizzato durante le mie ricerche sul campo e per registrare conferenze e lezioni all’università. Non ho mai dato attenzione però alla qualità sonora delle registrazioni, essendo più interessata al contenuto dell’intervista. Durante la sbobinatura, però, è capitato spesso che le parole dell’intervistato fossero incomprensibili, dovute magari al rumore di fondo o alla erronea distanza del microfono dalla fonte, quindi dalla bocca dell’intervistato. Ciò mi ha aiutato a comprendere, ad esempio, il concetto per cui se il suono si satura è inutilizzabile: ossia se il microfono assorbe dei segnali, una pressione atmosferica superiore ai valori per cui è predisposto, la registrazione ne sarà compromessa. E questo è proprio il caso di una fonte troppo vicina al microfono.

Siamo poi usciti in giardino per sperimentare l’attrezzatura. Abbiamo esplorato l’ambiente circostante, quello dell’orto comunitario, e abbiamo infiltrato il microfono in mezzo al gruppo di giardinaggio che si stava deliziando con un cospicuo banchetto all’aperto. A turno, ciascuno si impossessava dell’asta in cima alla quale era posto il microfono, e girovagava alla ricerca di suoni.

Quegli schemi che erano stati presentati come “diagrammi polari” hanno cominciato a concretizzarsi nella mia mente, per cui mi sono accorta che in base al tipo di microfono utilizzato, se direzionale o cardioide, la percezione uditiva e il raggio della registrazione variava. Ossia, se il primo permetteva una nitidezza acustica rispetto a ciò che era posto di fronte al microfono e più attenuta per i suoni laterali, con il cardioide era possibile udire chiaramente una molteplicità di suoni provenienti dalla sfera a me antistante e alcuni segnali retrostanti.

Ma la cosa più sorprendente era la percezione del paesaggio sonoro attraverso le cuffie, direttamente collegate al registratore. Sembrava di entrare in una realtà parallela, ovattata, in cui i suoni circostanti prendevano il sopravvento e ti assalivano nella loro totalità. Ciò che la vista poteva offrire diventava superfluo e, al contrario, era l’udito a permettere di percepire ciò che realmente esisteva intorno. La vista serviva solo per localizzare i suoni, le loro fonti, se si trovavano nelle vicinanze o se si trattava di qualcosa più remoto; l’udito dipingeva invece nella mente la primavera arrivata in casétta. Sembrava un sogno.

Ciò mi ha fatto venire in mente una scena del film Deus è brasileiro (Dio è brasiliano), un film di Carlos Diegues del 2003 e basato su un’avventurosa storia scritta da João Ubaldo Ribeiro. La trama narra che Dio si reca sulla terra per trovare un uomo da proclamare santo. Si avventura per il Brasile, dove rimane estasiato del suo Creato, ma si infastidisce anche con l’ipocrisia, l’ingratitudine e la superficialità dell’uomo. Irritato dall’incapacità degli uomini di ammirare le bellezze della natura e della loro abilità di produrre rumore e artificialità, mentre egli girovaga per una cittadina del Nordest si tappa le orecchie. Così facendo si estrania; tutto ciò che lo circonda svanisce, diventa mera immagine visiva, e ciò che sente sono invece i canti degli uccelli e i suoni della natura.

Dopo un velocissimo pranzo rigenerante al ristorante di Massimo, abbiamo fatto una breve passeggiata di ricognizione e esplorazione sonora del Giambellino. Abbiamo sperimentato cosa significa ascoltare, dare attenzione a quel senso che viene interpellato in circostanze come i concerti, per fare un esempio, ma difficilmente innescato durante una passeggiata. Entrando e uscendo da molteplici spazi come cortili, androni e condomini, ci si rende conto di come il paesaggio sonoro non sia poi così piatto come può apparire a un primo ascolto: l’intensità e le frequenze cambiano nitidamente; gli echi, i riverberi e i silenzi assecondano l’attenzione; i rumori familiari dei motori e delle campane, il chiacchierio e il cinguettio giocano con le orecchie, le stuzzicano e si presentano in tutte le loro sfumature.

Al ritorno in casétta, ci siamo riuniti per conversare e delineare un po’ meglio il progetto audio. Eravamo tutti d’accordo nel non soffermarci su registrazioni vaghe e omnicomprensive del paesaggio sonoro urbano, preferendo indirizzarci piuttosto su un qualcosa di più specifico. Avevamo in mente il concetto di intercultura, che doveva servire come collante tra il gruppo audio e quello video. Nicola ci aveva iniziati alla riflessione sulla percezione degli spazi privati e quelli pubblici, ma ciò non sembrava esaustivo. Egli ha quindi proposto di dare un taglio onirico all’oggetto di ricerca, ossia di esplorare i sogni degli abitanti del Giambellino, e ancor più i sogni e i ricordi legati a determinati luoghi. La negoziazione è tuttavia ancora in atto.

I sogni. Mi piace l’idea. Immagino un’installazione audio in cui, immersi nell’ascolto di voci polifone, nel mondo parallelo e ovattato del suono, ci si possa addentrare tra i sogni delle persone. E ancor più mi stuzzica l’idea di ascoltare e raccogliere questi frammenti. Non più solo storie di vita, reali e concrete, ma un addentrarsi nella dimensione onirica di ciascuno. Una peculiare forma di narrazione e comprensione umana. In fondo, diceva Shakespeare:

“Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”.

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