Un inizio che profuma di oriente

Spesso si dice che il viaggio è più importante che la meta in sé, anche se è proprio quest’ultima che conduce a avventurarsi, a fare un percorso. Negli ultimi cinque mesi ho intrapreso un viaggio assieme a una compagnia teatrale faentina che mi ha fatto immergere in Due Mondi a me sconosciuti. Forse erano più di due mondi: abbiamo conosciuto i diversi paesi di provenienza dei partecipanti, parlato lingue diverse, esplorato i campi dei diritti umani, utilizzato diverse lenti e filtri per l’osservazione di questi infiniti spazi.

Prima di tutto il nostro corpo, provocato e messo in movimento per rappresentare le disgrazie che tanti uomini e donne, non sempre così lontani da noi, subiscono nel corso della loro vita. Ma anche le lenti di una videocamera, con la quale abbiamo esplorato la realtà a noi più prossima, abbiamo scovato il suo lato oscuro e tentato di mostrare al mondo ciò che ritenevamo osceno.

A inizio febbraio, quando mi apprestavo a concludere il mio percorso accademico, ho cominciato a frequentare il Teatro Due Mondi di Faenza. Avevo trovato in biblioteca un poster che pubblicizzava il progetto “Incontri”: un laboratorio di teatro e cinema che veniva proposto in Italia, Brasile, Bolivia e Portogallo, per poi confluire in uno spettacolo unico che riassumesse le varie esperienze internazionali. Mi incuriosiva provare a fare teatro e speravo, come molti altri, di conquistare più sicurezza in me, di riuscire a esprimermi in pubblico senza entrare in panico. Mi sono buttata e, di nuovo, ho atteso di vedere cosa sarebbe successo.

Inizialmente provavo un certo disagio, quella sottile sensazione di quando ci si ritrova attorniati da tanti sconosciuti. Non conoscevo nessuno, non sapevo nulla delle loro storie, della loro provenienza – benché fosse evidente che vi erano alcuni africani e asiatici. Di alcuni non conoscevo nemmeno la voce… In molti si conoscevano invece tra di loro, avendo già lavorato a altri spettacoli e progetti al Teatro Due Mondi. Dal canto mio, continuavo a chiedermi con chi di loro avrei creato un legame; chi sarebbero stati i miei compagni in questo percorso. Volevo mettermi in gioco, tuffarmi, e ero curiosissima di sapere cosa mi avrebbe donato questa nuova esperienza.

Man mano che gli incontri settimanali procedevano, mi sono incuriosita sempre più. Spesso non avevo ben chiaro cosa stesse accadendo, cosa il regista ci chiedeva di fare e il perché di tutto ciò. Sembravamo dei burattini, a cui non sempre era concesso di conoscere la storia che stavamo inscenando, i cui movimenti erano decisi da una forza superiore, ma che tuttavia riuscivano a provocare forti emozioni. In quei momenti prendevo vita, come fossi stata Pinocchio, oppure il Mago di Oz, a cui finalmente era stato donato il cuore.

Ciò è avvenuto per la prima volta quando abbiamo messo in scena la schiavitù, lo sfruttamento e i lavori forzati. Ci era stato richiesto di disporci in tre file e di procedere gattonando con lo scopo di pulire, a mani nude, il parquet. Ad un certo punto, ciascuno di noi ha sentito il richiamo di un immaginario padrone che, dopo un qualche insulto diretto allo schiavo prostrato all’ascolto, gli ha sferrato un arrogante calcio. Ad uno ad uno siamo caduti a terra, dove siamo rimasti a ascoltare i tonfi dei corpi dei compagni che stremavano al suolo. Al richiamo di un fischietto, ci siamo rialzati per proseguire le faccende, finché l’episodio di prepotenza non si è ripetuto e nuovamente ci siamo accasciati a terra moribondi.

In quella posizione si è poi sollevato un brusio angosciante, come di un gruppo di anime straziate dal fuoco dell’inferno. Come, probabilmente, dovevano risuonare le voci intonanti le worksongs nel Cotton Belt, lungo le rive del Mississipi. Sussurravamo all’unisono il principio fondamentale n° 4 della Dichiarazione del ’48:

«NESSUN INDIVIDUO POTRÀ’ ESSERE TENUTO/ IN STATO DI SCHIAVITÙ’ O DI SERVITÙ’/ LA SCHIAVITÙ’ E LA TRATTA DEGLI SCHIAVI/ SARANNO PROIBITE SOTTO QUALSIASI FORMA».

Quello stesso giorno, costituente solo il nostro terzo incontro, è tuttavia emerso anche uno dei lati umani che più ammiro: il desiderio di libertà, l’impulso, l’arbitrarietà. Stavamo mettendo in scena lo sfruttamento in una fabbrica di cucito in cui ognuno aveva a disposizione un’immaginaria, vecchia macchina da cucire. Mi immaginavo di lavorare a un piano in legno, rosicchiato dai tarli, e provvisto di meccanismi in ferro arrugginito, poco oliati e difficili da manovrare. Ogni tanto un ragazzo pakistano seduto al centro della prima fila, provava a rallegrare i momenti di fatica. Si alzava e, come un esperto e animato cantastorie, ci proponeva alcuni aneddoti divertenti in lingua urdu.

Era impossibile comprendere quelle sue storielle, ma le sue movenze, l’espressione in viso gaia e coinvolgente, e i versi della pecora, del maiale e del cane che emetteva, ci facevano scoppiare in risate contagiose. Il fischio del padrone ci ricordava però che non c’era tempo per tutto questo, che dovevamo continuare a lavorare duramente per i suoi profitti come delle povere bestie da soma.

Ad un certo punto il ribelle pakistano si è stufato, si è alzato e ha afferrato un sottile e invisibile filo attaccato al mio naso. Lo stesso è avvenuto al giovane schiavo seduto alla destra del “burattinaio”. A nostra volta abbiamo afferrato quegli effimeri fili che pendevano da una qualche parte del corpo del compagno seduto al nostro fianco. Man mano che egli avanzava, continuando a raccontare i suoi ilari aneddoti, abbiamo creato due catene umane e, così, abbiamo raggiunto l’altro lato della stanza.

Eravamo finalmente immuni dalla fatica e dalla sottomissione e, per me, quella libertà aveva l’odore d’Oriente: mentre venivo trascinata non riuscivo a pensare a nient’altro che all’odore della mano che teneva in sospeso il mio naso. Era l’odore umano di una terra straniera, il Pakistan, che sembrava trascinarmi verso il suo grembo. Era il profumo di una storia, raccontata in lingua urdu, che invitava a percorrere con lui il suo viaggio fino in Libia, a attraversare il Mediterraneo su un gommone su cui in molti hanno perso la vita.

Il burattinaio pakistano è stato il primo con cui sono riuscita a conversare profondamente e di cui ho appreso la storia. È avvenuto un giorno in treno, mentre ci dirigevamo a Ancona: lui nella speranza di trovare un lavoro, un po’ di prosperità e serenità per sé e per la sua famiglia; io per incontrare alcuni amici e fuggire dalla quotidianità, come spesso mi capita di fare. Era la storia di un immigrato che, salito su un cocente treno regionale con la sua enorme valigia contenente chissà quali ricordi, si domandava se finalmente stesse raggiungendo la sua meta, se lo stesse aspettando un destino pronto a donargli un po’ di fortuna.

Mi ha mostrato le foto della sua famiglia, alcune raccolte qualche anno prima, quando ha lasciato la sua terra natia, per portare con sé il ricordo di quei visi cari; altre ricevute in seguito, per poter essere anche lui testimone della crescita dei nipoti, dei matrimoni di amici e parenti e del tempo che scorre nell’intimità domestica. Erano foto opache, dalle tinte monocromatiche, come se la polvere grigiastra di quelle terre aride avesse coperto l’obiettivo della macchina fotografica. Una patina che tuttavia non celava le striature di quegli occhi, i lineamenti del volto e i mondi che essi incarnano.

L’emigrante mi ha offerto a mani schiuse una parte della sua storia e della sua cultura. Mi ha fatto ascoltare musica indiana e pakistana, mostrando i video che possedeva sul suo computer e che mi divertivo a osservare con occhio antropologico. Io, da parte mia, gli ho presentato la mia realtà, forse facendolo sognare che un giorno i suoi figli o nipoti possano raccontare lo stesso a un qualche sconosciuto in treno: un nonno che, dopo tanti sforzi, ha aperto una ditta a conduzione famigliare; una famiglia sempre pronta a dare appoggio affettivo e economico; lo studio e la conoscenza di alcune lingue; la ricerca di lavoro e la spensieratezza dei miei 26 anni.

“Incontri” è il nome del progetto a cui ho partecipato; “La libertà è una casa” è il titolo dello spettacolo – o azione, come preferisce chiamarla il nostro regista – che ne è scaturito; “I frutti della terra” è il nome che abbiamo dato al nostro cortometraggio. L’inizio di quest’esperienza prospettava esattamente ciò: nuovi incontri e un forte senso di libertà, doni che mi sono stati dati da questo sogno nella mia Romagna. E questa volta non ho nemmeno avuto bisogno di recarmi in terre lontane e forestiere.

Mi sono emozionata, ho aguzzato la capacità di entrare in empatia con altre persone, ho tessuto fili invisibili con i quali trascinerò sempre nella catena dei miei ricordi tutti coloro con cui ho intrapreso questo viaggio. Un cammino la cui meta è ancora vaga – anche se probabilmente lontana dalla Romagna –, ma che nonostante ciò è stato intrapreso.

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