Diritti per noi… tutti

Ci affollavamo tutti i giovedì al Teatro Due Mondi, in quella piccola stanzetta nera con il pavimento in parquet. Nei primi incontri eravamo davvero tanti, almeno nel gruppo della sera, e una buona parte di noi proveniva dall’Africa e dal Pakistan: erano i rifugiati che avevano partecipato a un precedente progetto a loro dedicato. Ciò non sembrava però creare particolare disagio. Anzi, erano conosciuti già dalla maggior parte degli italiani, che li salutavano con forti abbracci e baci.

Pian piano, però, essi hanno cominciato a non frequentare più il laboratorio. Tanti di loro si sono spostati in cerca di un lavoro, in Italia e nei paesi limitrofi, e in molti, essendo scaduto il loro permesso di soggiorno, si sono sparsi chissà dove. È così venuto a mancare gradualmente quell’odore penetrante di terra straniera, il profumo e il colore dell’Africa, quei nomi difficili da rammentare e quella pronuncia della lingua italiana disorientante, meticcia.

Avremmo potuto scoprire molto dei loro mondi, delle loro storie, ma ciò che è emerso maggiormente nelle mie conversazioni con loro era la loro frustrazione nel non trovare un lavoro; l’impossibilità di conseguire quel sogno che li ha portati lontano da casa, nella speranza di trovare migliori condizioni di vita da condividere poi con i propri cari. Una frustrazione oggi condivisa con molti italiani.

Durante il laboratorio di teatro, abbiamo lavorato su numerosi diritti, divieti e doveri enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sempre proposti dal nostro regista e direttore. Durante i primi incontri, decisivi per conoscerci e per riflettere sulle diverse percezioni dei diritti umani, siamo stati invece noi a sceglierne uno che ci stesse particolarmente a cuore, ed è emerso proprio quanto il “diritto al lavoro… alla protezione contro la disoccupazione… e ad eguale retribuzione per eguale lavoro” (art. 23 della Dichiarazione) sia il più reclamato.

Nel quinto incontro siamo stati suddivisi in gruppi corrispondenti a quattro fasce di età – 15/20, 20/25, 25/30 e over 30 – e ci è stato richiesto di inscenare un dialogo riguardante il diritto dell’uomo che ritenevamo più importante. Un gruppo ha ricostruito un colloquio di lavoro; un altro ha inscenato un dialogo tra due disoccupate straniere; i più giovani, una chiacchierata sulla situazione economica e politica italiana, con qualche freddo e satirico riferimento alle promesse del nostro “confidato” ex-premier. Il mio gruppo, quello della seconda fascia d’età, ha invece inscenato una conversazione a quattro, in cui ciascuno di noi riportava la propria esperienza.

L’idea è nata mentre anche noi cercavamo di ricostruire un colloquio di lavoro. Conversando, sono emerse le nostre personali rappresentazioni sul tema dell’occupazione e, così, si è deciso di costruire un dialogo in cui ciascuno riportava un po’ della propria storia. Così i due ragazzi del Gambia hanno riferito la loro afflizione nel non trovare un lavoro in Italia nonostante le loro lunghe ricerche. Io ho riferito di essermi appena laureata e, presto, me ne andrò per cercare lavoro all’estero. L’aspirante insegnante, invece, ha riferito di voler rimanere in Italia anche dopo la laurea perché, nonostante tutto, ama il suo paese.

Oltre a ciò abbiamo lavorato sulla libertà di opinione e di espressione (art. 19). Ho visto, nei video delle prove, i tentativi ostentati degli altri partecipanti nell’esprimere le proprie opinioni e gridare questo diritto, mentre altri cercavano di impedirglielo tappandogli con una mano la bocca o costringendoli nei movimenti. Li ho visti innalzarsi in cima a una panca per gridare alle masse le proprie opinioni, mentre il pubblico applaudiva entusiasta e un giudice dalla folta treccia e con un rigido bastone in mano ne valutava le retoriche e manteneva l’ordine .

Questo è avvenuto il giorno seguente alla discussione della mia tesi di laurea, di fronte a una giuria che avrebbe giudicato il mio lavoro e la mia interpretazione del funk carioca. In realtà si è rivelata una commissione che mi ha dato la libertà di esprimermi e era curiosa di sapere la mia opinione su certi aspetti trattati in tesi.

Abbiamo giocato sulla libertà di movimento e residenza, di espatrio e ritorno (art. 13). Anche in tale momento abbiamo sperimentato la difficoltà nel potersi muovere liberamente – gattonando con le mani sul pavimento, ad esempio – mentre qualcuno cercava di impedirlo brutalmente – afferrando le caviglie e strattonando all’indietro. Qualcuno di noi ha poi composto una coreografia che rappresentava il viaggio: la volontà di partire, la ricerca di un orizzonte, l’inizio del tragitto in auto, la perdita dei documenti, l’auto-rimprovero e, infine, il meritato riposo. Gogol Bordello a fare da colonna sonora e da traccia per il coordinamento dei nostri movimenti.

Questo è stato un momento propizio per riflettere anche sulle problematiche dell’immigrazione, sulle difficoltà nell’affrontare lunghi viaggi in nave, stipati tra decine, centinaia di altri corpi disperati e impauriti in mezzo ai maremoti. L’art. 14 della Dichiarazione sancisce che “ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”, ma la cronaca attuale mette in luce come, nonostante i viaggi e le fughe, essi giungano in Europa per sottoporsi a altre forme di persecuzione politica, senza trovar pace.

Si è trattato, per me, di un momento indimenticabile del laboratorio. Soprattutto quando mi sono ritrovata a condurre una barchetta di carta, con innalzata sull’albero maestro la bandiera riportante il mio nome, verso un tetro telo nero in cui confluivano anche le barche degli altri marinai. Ho sentito che stavo conducendo il mio destino verso una meta sconosciuta, con l’affetto e il calore di una madre che segue il suo bebè nei primi passi della vita; con la preoccupazione di ciò che lo aspetterà e la responsabilità di non farlo affondare ai primi ostacoli. Ho sentito la forza generata dai tentativi di ciascuno di noi di portare un po’ di sé stessi verso una meta comune, benché ignota.

Dai video, abbiamo visto rappresentare il divieto di discriminazione (art. 7) dal ristretto gruppo del pomeriggio. Ogni interprete ha narrato al microfono un episodio personale in cui si è sentito discriminato o offeso, per un comportamento oppure per l’aspetto fisico. Quante storie che si potrebbero raccogliere a riguardo e che non implicano esclusivamente l’emarginazione razziale o di genere, ma semplicemente quelle effimere ingiurie che segnano fatalmente l’esperienza di ognuno di noi!

Abbiamo cantato e ballato. Abbiamo riflettuto e ci siamo messi in gioco. Siamo entrati in empatia con gli altri, cercando di provare sulla nostra pelle il vissuto di altri esseri umani. Ci siamo espressi e abbiamo dato risalto alle nostre personali esperienze, alla cultura di cui ciascuno di noi è portatore, attraverso la parola e il corpo.

Marcel Mauss ha teorizzato proprio come la cultura sia embodied – ossia incorporata –, come alcune regole e norme sociali soggiacciano nel corpo degli individui che condividono tale cultura, e come dai movimenti e dalle espressioni corporee essa possa emergere. In maniera simile, alcuni studenti della University of Manchester, facendo dialogare teatro e cinema sulla base delle teorie di Jean Rouch, cercano di cogliere dalla recitazione e dall’improvvisazione – dalle “ethnofiction” –, le rappresentazioni culturali che ciascuno dà di determinati concetti quali la famiglia, ad esempio, oppure di delicate questioni socio-culturali, come la transessualità .

Anche nel progetto Incontri è emerso tutto ciò. Ciascuno aveva la propria forma di cucire a macchina. Ciascuno ha rappresentato la fatica del lavoro a suo modo. Ciascuna fascia di età ha espresso la propria percezione della vita e del mondo. Nelle danze, le movenze erano completamente diverse e caratterizzate dalla corporeità e dalla motricità sviluppata in contesti culturali, balli e abitudini posturali differenti. Sono stati reiterati passati indimenticabili, culture inalienabili, soggettività nascoste.

Il tutto riunito in un’unica azione comune, con lo scopo di riflettere e promuovere “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili” che costituisce “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” (Preambolo). Questo è stato il modo in cui noi, italiani e rifugiati, abbiamo messo in scena e rappresentato i diritti umani; diritti per tutti noi, nessuno escluso.

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