i frutti della terra

Lo scopo del laboratorio di cinema era di pensare e produrre due cortometraggi di venti minuti che rappresentassero il lato “o-sceno” della nostra città o dintorni, che riguardassero un diritto umano o denunciassero una qualche ingiustizia sociale. “Osceno” in senso aristotelico, ossia qualcosa che rimane al di fuori della scena teatrale, che non è visibile a un primo sguardo sulla città o che rimane fuori dalla promozione turistica, stereotipata e fin troppo attraente. Così, dopo che il saggio maestro ci ha iniziati brevemente all’AntropoCinema e dopo che i due coordinatori ci hanno mostrato e delucidato i video dei nostri sconosciuti colleghi, il sagace tecnico, ha modellato alcuni di noi, li ha forgiati con le nozioni tecniche e professionali delle riprese e del montaggio di video, plasmandoli in cameraman e registi: era arrivato il momento di mostrare il lato osceno di Faenza o della Romagna.

Noi partecipanti ci siamo radunati per capire quali fossero quelle verità nascoste, invisibili o censurate, ma anche quegli aspetti che ritenevamo di dover denunciare o portare all’attenzione del pubblico. Sono emerse diverse questioni, come la xenofobia e l’emarginazione degli “extra-comunitari”; il rapporto tra città e campagna e la cementificazione feroce di quest’ultima; la religione, imposta ai giovani che presto la rinnegano e si proclamano atei; la consistente proliferazione di eventi e associazioni culturali sul territorio, non abbastanza apprezzati e valorizzati, se non al punto di emigrare all’estero. Abbiamo scelto i primi due, ciascuno sviluppato da un gruppo diverso.

Il mio team era composto da un esile scrittore e aspirante regista, meticoloso e introverso; da una materna cameraman neo-laureata in cinema, sorridente, determinata e alla continua ricerca di sé stessa; da un riccioluto tecnico del suono, candidato insegnante e aspirante attore teatrale, impacciato ma socievole; e la più anziana del gruppo, schiva e silente, prolissa e flemmatica quando decideva di esprimere il suo punto di vista. Lei è stata la nostra gate-keeper, ossia colei che ci ha introdotti in un contesto – o dibattito, in questo caso – e ci ha presentato i principali soggetti del film. Entrambe avevamo il ruolo di assistenti del montaggio perché, per quanto possa sembrare paradossale, non potevamo essere presenti il lunedì durante il montaggio delle scene. Assieme abbiamo intrapreso questo viaggio, intenso e frenetico, nella produzione del nostro cortometraggio.

Ormai avevamo rimasto a disposizione solo tre giorni per fare le riprese e il montaggio. Dovevamo delineare concretamente come svolgere il film, contattare possibili interlocutori che ci rilasciassero interviste, scegliere la scenografia e come rappresentare il rapporto tra città e campagna. Sapevamo che la scelta delle immagini è soggettiva e che la sequenza che gli avremmo dato avrebbe determinano inconfondibilmente il messaggio trasmesso allo spettatore e, per questo, dovevamo prestare particolare attenzione alle scelte che avremmo fatto. Dovevamo negoziare tra di noi ciascun passo nello svolgimento del video, effettuare scelte rapide e unanimi, mettere in gioco le proprie competenze, placare gli spiriti irriverenti e far irrompere quelli più silenziosi. Dovevamo adattarci all’attività di squadra, senza conoscerci e senza compromettere il nostro lavoro. Si trattava di una sfida vera e propria.

In un primo momento abbiamo abbozzato alcuni scorci della città e della campagna che potevano essere emblematici di Faenza e dei suoi dintorni, scegliendo già come montarli nel video in maniera tale da dare un’idea di contrapposizione e giocare con le forme essenziali degli elementi: la maestosa torre dell’orologio in piazza, la curiosa torretta sul cavalcavia, il sedentario campanile e la stonata ciminiera in campagna; il pittoresco Vicolo Diavoletto del centro, il biunivoco Viale Naviglio e le bucoliche strade di campagna; il vociare del mercato, il fragore del traffico e lo strepito degli animali nell’aia. Con questi parallelismi volevamo condurre lo spettatore in un viaggio che l’avrebbe portato dal centro faentino verso la periferia, attraversando la zona industriale e arrivando infine in una campagna oramai invasa dal cemento, dalle fabbriche, i centri commerciali e una rigogliosa natura violentata e rinchiusa nella modernità.

Il venerdì mattina, di nostra iniziativa e di buona lena, ci siamo incontrati sotto il sole cocente e siamo andati a conoscere il nostro principale interlocutore: una donna carismatica che ha scelto di rifiutare i canoni consumistici, inquinanti e costosi della vita urbana contemporanea e ha preferito rintanarsi in un’agreste casa romagnola vivendo e dedicandosi ai frutti che la terra le può offrire. La “reginella campagnola” ci ha mostrato il suo orto, da cui ricava il cibo senza aver bisogno di attingere ai prodotti imballati e spesso geneticamente modificati dei supermercati, e ci ha narrato della prosperità di queste nostre terre e dell’amore con cui i nostri nonni le hanno coltivate.

Ma in realtà noi eravamo lì per sentire un’altra storia, ben più inquietante e diabolica, che narrava di indiscrete trivellazioni del suolo, di compromettenti scariche elettromagnetiche e di un irriguardoso e prepotente sfruttamento del terreno per la produzione e stoccaggio delle cosiddette energie “rinnovabili” e “ecosostenibili”. Una storia occulta, oscura e oscena, di cui sono visibili solo alcune tracce nei poetici e festosi nastri bianchi che ornano i filari di viti, come a simboleggiare una festa paesana. La poesia che quei candidi fiocchi evocano nasconde però un significato ben più tetro: il segno che quelle terre sono già state perlustrate, sventrate, se non addirittura affittate alle grandi compagnie energetiche per la ricerca di nuovi terreni da sfruttare.

Nel pomeriggio abbiamo cominciato le riprese vere e proprie, iniziando il nostro viaggio dal mercatino biologico a cui sono dediti i piccoli agricoltori della zona, per poi muoverci verso la periferia di Faenza e catturare in corsa alcune immagini del paesaggio sincretico – industriale e rurale – a cui si assiste lasciando il nucleo cittadino. Il tragitto si è poi concluso a Bagnacavallo, un villaggio vicino in cui, quella sera, si sarebbe tenuta una conferenza dedicata proprio al tema delle trivellazioni. Un fisico esperto e alcuni attivisti ambientali hanno esposto la tesi per cui le attività di trivellamento, induzione di onde elettromagnetiche, stoccaggio e estrazione di gas dal sottosuolo sarebbero in parte causa dei forti terremoti che hanno recentemente sconvolto la Pianura Padana. Siamo riusciti a ottenere qualche intervista interessante, tecnica e scientifica. Purtroppo però quella rilasciata dall’ospite d’onore dell’incontro è stata talmente forzata e malriuscita che abbiamo dovuto scartarla dal film.

Il sabato mattina siamo scesi di nuovo in campo, stanchi e affievoliti dall’arsura estiva, ma altrettanto energici e adrenalinici per questa nuova esperienza. Il nostro obiettivo era cogliere qualche immagine che rappresentasse la nostra bella Faenza, non solo nella sua maestà architettonica, ma anche nella vivacità del mercato cittadino. Una carrellata sulla torre, sulla piazza vista dall’alto della gradinata antistante il duomo e sui palazzi manfrediani erano indispensabili, tanto quanto il mormorio dei faentini e il brusio delle biciclette. Dopodiché tutta la troupe si sarebbe incamminata verso la casa della reginella campagnola, appena fuori Faenza, per fare l’intervista vera e propria e quindi filmare gli ingannevoli nastri bianchi.

Già dal giorno prima eravamo però preoccupati del fatto che avevamo in mano solo punti di vista a sfavore delle trivellazioni e che, in questo modo, il nostro cortometraggio avrebbe avuto un taglio politico, di posizione, piuttosto che essere una descrizione poliedrica di ciò che stava avvenendo. Per questo, e per farci sperimentare la brezza del campo, il saggio maestro e il sagace tecnico ci hanno proposto di approfittare della folla e fare qualche intervista. Ho preso in mano il microfono e mi sono buttata in ciò che più mi diverte fare: fermare la gente e simpatizzare, chiedere spiegazioni e conversare, ascoltare e osservare. Ho messo in pratica ciò che avevo appreso nelle precedenti ricerche sul campo, con la sola differenza che questa volta avevo un microfono in mano e una telecamera puntata addosso.

Ci siamo divertiti parecchio, filmando giovani e anziani, faentini e immigrati meridionali, uomini e donne. C’era chi parlava in dialetto e chi in italiano, chi affermava di non sapere niente e chi sosteneva di averne sentito parlare, ma di avere anche la sensazione di avere solo una versione parziale e distorta delle grandi opere che coinvolgono la campagna, visti gli interessi economici. Nonostante le interviste non fossero propriamente corrette da un punto di vista antropologico – in quanto le domande poste, come in un sondaggio, supponevano risposte brevi, mirate a una conversazione rapida e davano per scontate tutta una serie di questioni che in realtà dovevano emergere spontaneamente dalla bocca degli intervistati («Vivi in città o in campagna? Quale preferisci? Cosa pensi delle trivellazioni?») –, abbiamo avuto la fortuna di raccogliere alcune rappresentazioni articolate e significative. Molte interviste ci sono state invece negate, spesso a causa della patita ignoranza di coloro che avevamo interpellato: “Io poverina sono ignorante, cosa vuoi che ti dica?!”, mi dicevano.

Il tempo stringeva e oramai avevamo rimasto poche ore per concludere le riprese, siccome l’altro gruppo aveva prenotato la telecamera per il pomeriggio. In tarda mattinata ci siamo diretti frettolosamente a casa della reginella. Come spesso avviene, l’attesa intervista si è rivelata molto più scadente rispetto all’incontro del giorno precedente, in cui la nostra narratrice era molto più a suo agio e spontanea – non essendovi telecamere e non essendoci presentati come una troupe televisiva, ma come un gruppo di giovani curiosi di apprendere. Ma la colpa è stata anche nostra: dovevamo dirigere i lavori, in maniera chiara e finalizzata alla raccolta del solo materiale necessario, senza divagare; ma probabilmente non eravamo abbastanza pronti e la fretta ci ha confuso ulteriormente le idee, ricavando belle immagini ma una narrazione poco convincente.

Poi siamo andati a perlustrare la campagna di San Severo (frazione di Cotignola) alla ricerca dei candidi nastri e, inaspettatamente, ne abbiamo trovati a centinaia appesi ai pilastri in cemento dei filari di frutteti e a alcuni paletti che, come fossero segnaletica stradale, dilungavano per tutta la Via Celletta. Anche i cavi elettrici arancioni disegnavano nel terreno linee che si dilungavano da un campo all’altro, attraversando il letto del fiume Senio. Li abbiamo trovati aggrovigliati nei pressi dei fossi, distesi tra i filari, adagiati sulla carreggiata, e li abbiamo seguiti fino a arrivare alla Chiusaccia, un’area dalle abitazioni diradate nei pressi di una diga (o “chiusa”).

Ho condotto la troupe a casa di alcuni miei parenti che vi abitano, dove abbiamo lasciato le nostre auto e siamo partiti all’avanscoperta. Non sapevo che in quella zona vi fossero stati tanti espropri di terreni da parte di alcune compagnie energetiche per lo sfruttamento del terreno, fatti che ci sono stati raccontati dagli abitanti della zona. Uno in particolare ci ha rilasciato una delle interviste più emblematiche e scenografiche: si è lasciato filmare seduto sul suo trattorino tagliaerba e con un allegorico cappello in paglia in testa a proteggersi dal sole rovente. Ci ha narrato, balbettante, di come lui abbia affittato i suoi terreni, cercando di riportare con le sue parole ciò che gli era stato riferito dagli addetti. O almeno ci ha riferito ciò che aveva colto, insicuro di ciò che stava dicendo in quanto, come ci ha riferito, si sentiva troppo ignorante per poter discutere di un tema così tecnico e scientifico.

Concluse così le riprese, non ci rimaneva che procedere con il montaggio. In un primo momento abbiamo rivisto integralmente il filmato, decidendo e negoziando le scene da tagliare e quelle fondamentali, o le più artistiche, nonché le interviste più interessanti da mantenere nel corto. Stanchi, assuefatti dalla fretta e ormai concentrati nelle prove dello spettacolo assieme ai colleghi stranieri che erano arrivati in quei giorni, abbiamo poi tentato di montare il tutto seguendo una sceneggiatura che il meticoloso regista aveva redatto a seguito della visione delle riprese. Durante il primo giorno di montaggio essi non sono però riusciti a concludere il lavoro e, dovendolo presentare ai ragazzi stranieri in quei giorni, ci è stata dedicata un’altra mattinata per terminare una volta per tutte il laboratorio di cinema.

Devo ammettere che non sono rimasta soddisfatta del cortometraggio che ne è scaturito – i frutti della terra –, troppo confuso e contorto, riflesso delle nostre perplessità e indecisioni. Il materiale filmato poteva essere valorizzato maggiormente: dovevamo solo trovare un punto di incontro tra le diverse rappresentazioni e costruzioni che ciascuno di noi aveva in mente per il corto e, forse, tenere più in considerazione gli spettatori, ossia comporre una narrazione che fosse esplicativa e chiara per un pubblico ignaro dei fatti. C’era chi avrebbe voluto dare un’impronta più figurativa e creativa, più fotografica e senza interviste, e c’era chi non riusciva a scindere la necessità di fare delle scelte mirate e obiettive con la volontà di inserire immagini che rendessero omaggio alla disponibilità degli interlocutori, sia che fossero di buona qualità che totalmente insignificanti. Qualcuno ha proposto di soffermarci solo sul tema delle trivellazioni e dello stoccaggio delle energie, mentre qualcun altro era deciso a delinearlo come un esempio tra i tanti nel complesso rapporto tra città e campagna.

Per quanto il cortometraggio non sia ben riuscito, il lavoro di gruppo è invece stato dinamico e interattivo; nessun infingardo, nessun prepotente, ma solo cinque inesperti che hanno interagito apertamente per uno scopo comune: produrre il nostro primo film. Il campo e la nostra messa gioco ci hanno stimolati e hanno aperto uno sguardo sulla realtà che ci circonda prima sconosciuto. Attraverso il “cine-occhio” abbiamo cercato di descrivere una o-scena di Faenza, così come noi e altri suoi abitanti la percepiscono. Ci siamo uniti in questo comune scopo, grazie soprattutto alla destrezza e esperienza del saggio maestro e del sagace tecnico.

Entrambi sono stati dei veri e propri maestri che ci hanno condotto in questo percorso sperimentale nella produzione di un nostro cortometraggio. Sono stati dei veri condottieri, degli ottimi maestri, umili e con la passione nel trasmettere le proprie conoscenze ai loro alunni. Ci hanno orientato, hanno lasciato che cadessimo a terra doloranti per poi venire in nostro soccorso quando le nostra grida diventavano strazianti. Ci hanno accuditi e seguiti in questa crescita, ma non con la supposizione di avere le chiavi della conoscenza in mano e di guidarci a loro piacere e guadagno. Piuttosto, hanno lasciato a noi le chiavi e hanno lasciato che li conducessimo nelle nostre realtà, a esplorare questa Terra di Romagna, prostrandogliela e presentandogliela attraverso i nostri racconti e descrizioni.

Così abbiamo appreso i valori dello stare sul campo, di mettersi in gioco e costruire una propria descrizione del mondo circostante. Personalmente, tutto questo mi è servito per amare ancor più l’antropologia e l’etnografia e ritornare sui miei passi, facendomi evitare di intraprendere un percorso che non mi apparteneva, rifiutando delle scelte di comodo e persistere invece nell’impegno in una carriera che mi permetta di vivere quotidianamente sul campo.

i frutti della terra

Riferimenti sul tema trivellazioni:

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