Un’estate tutta italiana

L’aria è ancora tiepida e il sole illumina le giornate via via più corte. Se non fosse per il calendario, che ha segnato da qualche giorno l’inizio dell’autunno, sembrerebbe di assistere alle prime giornate primaverili. Ma l’estate si è conclusa, e ci tengo a raccontarla e a ricordarla così.

Questa è stata la mia seconda estate, oltre all’anno scorso, esclusivamente italiana. Per la prima volta non ho programmato viaggi all’estero (almeno, ci ho provato, ma evidentemente non è ancora scattata l’ora di tirare fuori il passaporto dal cassetto…), e dopo aver sciolto le catene dell’accademia ho corso libera in lungo e in largo, per tutta la penisola: da Venezia a Genova, da Trento a Matera.

Uno dei principali motivi è stato quello di frequentare corsi di formazione, seminari e convegni, festival e laboratori che potessero arricchire, secondo i miei interessi e curiosità, il percorso formativo. Così a febbraio sono stata su una nave da crociera che ha fatto, in due notti, la spola tra Genova e Montecarlo, per frequentare il corso di formazione “Eventi Digitali” sul marketing virtuale e la promozione di eventi sui social media. A fine aprile sono stata a Perugia, dove ho presenziato all’International_Journalism_Festival, curiosa di conoscere il mondo del giornalismo e di sfidare quel tabù per cui la “tribù degli antropologi” non può avvicinarsi all’ambito professionale della “tribù dei giornalisti”.

Sempre a Perugia, nei primi giorni di maggio ho partecipato al XXXV Convegno Internazionale di Americanistica, dove ero già stata nel 2011 per cercare una qualche fonte d’ispirazione per la ricerca che mi apprestavo a cominciare per la tesi di laurea. Due anni dopo non mi trovavo più in platea, bensì sul palco per presentare la ricerca, conclusa ormai da tempo, sul funk carioca. La sala del Consiglio comunale nel Palazzo dei Priori si è rivelata il campo dove ho condotto una piccola battaglia: presentare il mio studio a un pubblico di esperti e confrontarmi con un gruppo di etnomusicologi competenti con cui esponevo nella prima sessione del convegno. Nonostante gli intoppi dovuti alla troppa emozione e alla “ansia da prestazione”, sono riuscita a vincere questa battaglia senza troppe ferite e collusioni.

Tra maggio e giugno ho frequentato a singhiozzi Milano, partecipando al Community_Mapping, un laboratorio collettivo di etnografia urbana con lo scopo di mappare il quartiere Giambellino attraverso le tecniche audio-visive e con sguardo antropologico. Mi ero appassionata per il lavoro del gruppo audio, tanto che ho provato a cercare casa e lavoro, ma dopo due mesi ho lasciato il progetto a causa dell’arduo sforzo che stavo facendo e da cui non sentivo trarre beneficio. Nel tentativo di approfondire gli studi di antropologia urbana, a inizio settembre mi sono quindi recata a Trento per partecipare alla International Summer School in Urban Ethnography della Facoltà di Sociologia. Anche questa esperienza si è rivelata troppo teorica per i miei gusti; tuttavia mi ha offerto un’incomparabile confronto con ricercatori da tutto il mondo e con alcuni sociologi di fama internazionale.

Oltre a viaggiare per “lavoro” (mi piacerebbe togliere le virgolette…), mi sono dilettata a gironzolare anche per piacere, approfittando del tempo libero e di alcuni appuntamenti per andare a trovare gli amici cosparsi in quei minuscoli e esclusivi paeselli in cui, se non fosse per loro, non avrei mai messo piede. Innanzitutto sono stata a Erto e Casso (BL), dove ancora si respira l’angoscia della strage del Vajont. Mi sono arrampicata fin lassù a marzo per festeggiare assieme alla mia Antropologa, coinquilina e compagna di banco a Venezia, quel fatidico 27 febbraio, giorno in cui ci siamo tenute per mano osservando il luogo delle nostre esecuzioni, poi sfociate in due meritevoli lauree cum laude.

A fine marzo sono stata a San Terenzo (SP), sul Golfo dei Poeti, dove ho la sensazione che Mary Shelley sia ancora affacciata alla finestra di quella torretta, nell’attesa dell’ispirazione per un altro Frenkenstein. Mi trovavo lì per visitare la Zia, che mi dona sempre giornate all’insegna del sole, del mare e della quiete tra i terrazzamenti colmi di ulivi e vigneti. Le chiacchiere, l’inarrestabile fumo di sigaretta, le giravolte per le trafficate strade di La Spezia, l’aperitivo alle Cinque Terre e le abbuffate dai Pescatori. A cavallo tra aprile e maggio sono stata poi a Chiaravalle (AN), paese incastonato tra le colline del verdicchio e dell’amabile tabacco. Ho approfittato di una pausa tra i due eventi a Perugia per andare a trovare un carismatico Genietto, vecchio compagno di Erasmus e amico da anni degli scambi culturali Romagna-Marche, e la bellissima Regina etiope, sua fidanzata e mia entusiasmante racconta-storie. Sono stati giorni all’insegna dei pranzetti a base di pesce e buon vino in osteria, delle fiere paesane, delle gite a Sirolo, delle chiacchiere sul futuro e su regni lontani.

Ma soprattutto, a luglio sono stata per la prima volta nel profondo Sud, in quelle terre lontane che avevo visto solo di passaggio, in foto e al cinema o nella mia mente, raffigurando i racconti dei tanti amici “terroni”. Finalmente, con due compagne di (dis)avventura a Coimbra (ne mancava solo una), eravamo riuscite a organizzare un meeting dopo oltre quattro anni senza vederci. Sono arrivata così a Miglionico, un paese vuoto, candido, silente e arso dal solleone. Fremevo dalla voglia di dialogare con le anziane signore che, verso sera, sbocciavano sulle porte delle minuscole casette bianche e di esplorare gli altri paeselli dispersi per l’arido territorio lucano, come Craco, una diroccata città fantasma. Le giornate sono invece trascorse oziando con le amiche, tra racconti e bagni nell’acqua cristallina, tra i ricordi passati e l’incertezza presente.

E poi c’è stata la gita a Matera. Nossa que maravilha! «Devi assolutamente vedere i Sassi di Matera – diceva l’amica nativa – Tu, in quanto antropologa, li adorerai!». «Ma perché dovrebbero piacermi dei sassi? – mi chiedevo io – Eppure lo sa che io studio gli esseri umani, vivi!». Poi ho capito: quando da un balconcino si sono prostrate alla vista tutte quelle casette incastonate nelle rocce in tufo, denominate così “Sassi”, sono stata travolta dalla curiosità, dall’entusiasmo e dalla meraviglia. Chi vive li? Da quanto? Come ci vivono? Quali arcani misteri nasconde questo posto incantato? Quale la sua storia? Dovevo sapere, ma il poco tempo non mi ha permesso di approfondire e, così, non ho portato a casa altro che l’energia di quel luogo ora incantato, ma con un passato nefando tra insalubrità e rimozioni forzate, degno di uno sguardo antropologico.

A estate inoltrata, mi sono adagiata in Romagna, è mi paés, dove le attività, gli eventi e le manifestazioni non mancano mai ad allietare le serate cittadine e le notti calienti. Ma questa è la storia di Un’estate romagnola… Questa voleva essere invece la cronistoria di quest’estate tutta italiana, durante la quale ho conosciuto posti nuovi e rispecchianti l’anima di questo mio paese. Poco conosco dell’Italia, lo devo ammettere, quando invece meriterebbe esplorazioni etnografiche e minuziose, nonché odi pindariche, descrizioni calvinesche e dipinti surrealisti.

Sono felice di essermene resa conto e di averla assaporata, e ciò è stato grazie all’aiuto e all’ospitalità dei tanti che mi hanno accolta sui loro divani, che mi hanno offerto un pasto, una bevuta o un lavoro, trovandomi quasi sempre al verde e con la necessità di risparmiare per il viaggio seguente. Le possibilità finanziarie di una neo-laureata in antropologia sono da lacrime agli occhi e, benché oltre a tutte le giravolte per l’Italia mi sia dedicata anche a piccoli lavoretti estivi (ripetizioni, pulizie, cameriera, opere di manutenzione, commessa,…), se sono riuscita a passare un’estate così viva e movimentata lo devo al supporto e all’amicizia dei tanti che mi sostengono. Grazie di cuore!

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