Anthropo_Blog

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E di creatività ne ho parlato, anche se non esplicitamente, con la correlatrice delle mie tesi di laurea. Le ho detto che mi sono presa un anno sabbatico dall’antropologia, che non ho fatto domanda di dottorato e che presto mi avvicinerò al giornalismo, e le ho raccontato di come quest’estate mi sono sbizzarrita col blog, di come mi sia approssimata ai mass media e ai social network e di come mi piacerebbe dare una nuova forma a una ricerca scientifica.

Abbiamo parlato di come e, ancor prima, se un blog possa essere considerato un diario di campo e di come poter rendere un formato alternativo alla letteratura antropologica, attraverso il video ad esempio – per intenderci, ciò che la “tribù degli antropologi” chiama antropologia visiva e documentari etnografici, ma che ho sentito chiamare, in altri contesti, video research e web-doc. Per quanto riguarda la produzione scientifica in un nuovo formato, la professoressa mi ha consigliato di fare nuove esperienze e pensare magari a un dottorato in antropologia visiva (l’incentivo a proseguire la carriera accademica sembra persistere nelle nostre conversazioni).

Ma per quanto riguarda il blog non sembrava poi tanto convinta. Mi ha detto di aver letto un saggio di due antropologhe statunitensi che avevano provato, durante la ricerca sul campo, a scrivere un blog al posto di tenere il classico diario di campo cartaceo. Ha però criticato l’esperimento dicendo che il blog non può essere immediato come le prime note di campo (scratch notes) e che anche una prima stesura organica del materiale raccolto non potrà mai essere tanto sincera e esaustiva quanto in un diario personale.

In fondo, il blog sarebbe, per la sua natura virtuale, immediatamente pubblico. Viene così a mancare quello spazio intimo in cui poter annotare e riflettere anche ingenuamente sull’esperienza di campo, come viene invece richiesto all’etnografo(1). Inoltre, il blog non lascia il tempo di negoziare – o condividere e discutere – i dati raccolti con gli attori sociali coinvolti, e nemmeno di riflettere analiticamente sul materiale di campo. Un aspetto, questo, che mette in conflitto le “tribù” degli antropologi e dei giornalisti e che porta i primi a criticare i secondi di superficialità, inesperienza nell’affrontare determinate tematiche e di generalizzazione e stereotipizzazione dei casi.

Ho provato a scrivere il diario di campo sul mio blog ancora neonato durante l’esperienza all’ #IJF13, annotandovi tutto – dalle note grezze alla narrazione degli avvenimenti sul “campo” –, e dando così una mia amatoriale interpretazione del live blogging, di cui stavo apprendendo proprio a Perugia. Tuttavia è stato un disastro: le scratch notes che ho pubblicato potevano risultare piuttosto sterili se il lettore non aveva partecipato al panel “L’arte del reporter al tempo di internet” e, dati gli imprevisti e gli impegni di quei pochi ma intensi giorni, anche il diario narrativo è risultato trascurato e superficialmente riflessivo.

Eravamo quindi concordi sul fatto che il blog non poteva costituire un diario di campo in senso stretto, una prima scrittura dei dati, ma forse poteva essere il risultato di una seconda scrittura. Riflettendoci, infatti, avrei potuto pubblicare su uno spazio pubblico e attingibile da più soggetti i primi resoconti che inviavo alla relatrice dal Brasile, così che lei come altri – dai genitori e amici ad altri ricercatori e esperti – potessero seguire la mia ricerca sul campo. Avrei potuto già includere anche le foto, i video e tutto il materiale raccolto, dedicandoci tempo e dedizione, e dargli magari un tocco un po’ più creativo, artistico, giusto per renderlo più gradevole.

Le tempistiche del blog verrebbero certo rallentate, impiegando magari settimane prima di riuscire a pubblicare un post di una certa consistenza. Solo per redigere la seconda scrittura delle annotazioni sul Rio Parada Funk, ricordo che avevo impiegato quasi un mese, in cui ho fatto: la descrizione dettagliata di tutti gli avvenimenti della giornata – tra nomi, impressioni, fotografia del contesto, ecc. –, la trascrizione della mappa dell’evento e la scrittura di un saggio etnografico (per un esame alla UERJ) in cui sono state descritte le principali criticità emerse dal caso di studio e che sono poi state riprese in tesi.

La professoressa rimaneva però scettica di fronte a questi sprazzi di creatività e innovazione, temendo per una prevalenza dell’aspetto artistico su quello analitico. Mi ha riferito di alcune antropologhe che si sono dedicate alla fotografia e di una in particolare che ha inaugurato una sua mostra di scatti realizzati sul campo e ha analizzato come il tocco creativo sembra essere diventato una moda in molti ambiti extra-accademici.

Effettivamente questa impressione era scaturita anche in me, in particolare durante il #ComMap. Al Giambellino l’interesse del laboratorio verteva infatti sulla realizzazione di un documentario e di una traccia audio da poter utilizzare come commodities, con un’estetica, una grafica e un contenuto innovativi e vendibili, piuttosto che essere focalizzato sulla produzione di conoscenze antropologiche sul tessuto urbano del quartiere.

Per concludere, penso sia indiscutibile il fatto che, a affiancare un “prodotto di ricerca” in formato audio, video o virtuale che sia, vi debba essere un’adeguata etnografia esplicativa e analitica, dal momento che i limiti di tempo e spazio dei primi supporti non permettono di indagare a fondo l’oggetto di studio. Ricordo di aver chiesto proprio alla professoressa di antropologia visiva, durante una lezione a Venezia, se per il dottorato svolto al Granada Center di Manchester avesse realizzato solo il documentario o anche la tesi di dottorato/monografia vera e propria, e mi ha affermato di aver dovuto fare entrambe.

E penso anche che alcuni dei principali limiti del blog, se sfruttato dall’etnografia, siano effettivamente il suo carattere pubblico e non più privato, i tempi piuttosto ristretti che il web richiede oggigiorno e il rischio di perdere la scientificità dell’attività di ricerca. Problematiche queste che andrebbero pensate in modo tale da non soggiogare veramente l’attività etnografica a dei fini che non siano quelli conoscitivi e “scientifici”, e riuscire però ad adattare uno strumento di questa portata alla produzione di sapere della disciplina antropologica.

In fondo, vi sono tantissimi generi letterario-antropologici (report e letteratura di viaggio, storie di vita, saggi critici e scientifici, documentari etnografici, vere e proprie etnografie) e il blog può costituire, se non propriamente un tipo di lett-erat-ura, almeno una forma creativa di lett-ura… e scrittura. Clifford ha chiamato “etnografia surrealista” la letteratura antropologica moderna, in cui l’antropologo creava dei “collage” di soggetti, esperienze e momenti storici(2). Perché quindi non apportare un po’ di inventiva e innovazione al diario di campo, rendendolo una lettura aperta a un vasto pubblico e mantenendone il carattere analitico e descrittivo che gli è proprio?

Penso che ci si possa appassionare a una buona etnografia tanto quanto a un avvincente diario di campo.


(1) Si pensi al diario personale del capostipite dell’etnografia: MALINOWSKI, Bronislaw (1967). A diary in the strict sense of the term. Stanford, California: Stenford University Press.

(2) CLIFFORD, James (1999 [or.1988]). I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX. Torino: Bollati Boringhieri.

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