Alla scoperta di Napoli

31 dicembre 2013, casetta di Mugnano (NA)

Sono arrivata a Napoli carica dei tanti stereotipi che circolano al Nord sulla Città Partenopea. Ma soprattutto ho portato con me un idea, un pregiudizio che si è formato in me nel momento in cui ho dovuto narrare la mia visione di Rio de Janeiro e l’ho paragonata proprio a Napoli. Non che vi fossi mai stata, anzi, ma il traffico sfrenato, la violenza, i rifiuti per le strade, la vitalità e l’accoglienza delle persone, i ritmi propri di due grandi città, lenti e biologici, come si narra spesso sulle città Maravilhosa e Partenopea, sono i tratti che mi portavano a assomigliarle.

Prima della partenza sfrenavo dalla voglia di vedere coi miei occhi se questa idea fosse solo un abbaglio o portasse con sé una sua verità. E di fatto molte somiglianze le ho riscontrate, a partire dai rifiuti – centinaia di sacchetti di plasticaccia, imballaggi e scarti del quotidiano, non poi così imponentemente accatastati in ogni angolo di Napoli, ma sparpagliati e onnipresenti.

Passando per alcuni vialoni e circonvallazioni qui della periferia di Napoli ho anche avuto alcuni flashback, ritrovandomi nell’area portuaria do Rio, con i suoi scalcinati pilastri di supporto alla ormai scomparsa Perimetral, gli enormi cartelloni pubblicitari, la munnezza per terra e qualche macchina sgarrupata parcheggiata. A Napoli però non si trovano tutti quei ragazzi di strada che, in Brasile, si accovacciavano e radunavano sotto i ponti.

Ho ritrovato quel traffico e quella frenesia nel guidare improponibili per una patentata in una provincialotta città della Pianura Padana, e anche tutte quelle motociclette guidate agilmente e senza casco fra i ristretti becchi lastricati. Proprio quelle che amavo prendere ogni tanto per risalire la Santo Amaro, per sentire un po’ di brezza tra la calura estiva e sbracciarmi per salutare i suoi abitanti fermi lungo la strada. Solo il modello è diverso: scooteroni in Italia e motard in Brasile. 

Ho anche trovato quella simpatia degli abitanti che si fermano a parlare un po’ con te, che ti aprono la porta di casa e sono ansiosi di presentarti le meraviglie della propria amata città. Nella propria modestia come nel loro orgoglio di essere carioca o napoletani, circondati dai colori e i simboli del Fluminense e del Napoli, e con quel loro continuo canzonare motivetti nel dialetto locale.

Ma ho ritrovato anche il bagliore delle coste italiane. Quelle tirreniche, ben si intenda! Le passeggiate lungomare da San Terenzo a Lerici, come lungo la Mergellina da Posillipo a Napoli e il prostrarsi di fronte a sé dei rispettivi Golfi, che sussurrano e richiamano i pescatori. Lerici, piccolo nucleo sorto attorno alla fortezza sullo scoglio e a un familiare porticciolo di derive e pescherecci, ma che oggigiorno, come Pozzuoli, ricava la sua ricchezza dai locali, ristoranti e alberghi incastonati finemente sul litorale.

La discesa dal Monte di Procida verso il litorale mi ha riportata tra le strade litoranee dell’Isola d’Elba, quelle strettoie scoscese e curveggianti che nemmeno ho osato percorrere alla guida di un’auto. Il mare sulle destra a fare da sfondo a tramonti paradisiaci e quei romantici porticcioli turistici, tra le rocce e i souvenir, che si aprono improvvisamente davanti agli occhi svoltando un versante.

In Napoli ho rivisto un po’ di Porto, con le sue case tutte sgarrupate, fiancate non costruite o crollate, insegne scritte anticamente su placche in legno o affrescate sulle pareti – quella decadenza tanto triste di due grandi porti europei. Nel centro città invece si respirava quell’aura di grandezza e prosperità che ha lasciato il Regno delle Due Sicilie, tanto quanto a Madrid o a Milano, con il Palazzo dei Re come centro del moderno mondo monarchico, attorniato dalle maestrie dei grandi teatri d’opera, dalle maestose gallerie e dai magnificenti centri di culto.

Spaesata e totalmente ignorante su ciò che la Città Partenopea presenta, guidata da poche e superficiali informazioni raccolte in qua e in la e da fonti più o meno attendibili, ho fotografato Napoli con sguardo indagatore. Ogni scatto ha richiamato alla mente altri luoghi, panorami, squarci di città elettrizzati dell’umanità che li abita. Ho visto per la prima volta questa città mediterranea richiamando alla memoria vecchie storie, passate esperienze, conoscenze prestate e immagini della mente.

In fondo, lo spaesamento e la rievocazione fanno parte del gioco di orientamento in un luogo sconosciuto: il ritrovare un qualcosa di conosciuto, familiare e di non totalmente altro dalla nostra realtà e il ricercare qualche piccolo tratto culturale di cui si è appreso in televisione o su una guida. Così il turista o il viaggiatore filtra la percezione che si ha del luogo in cui si entra per la prima volta. È una forma di apprendimento e di scoperta, che tuttavia non può essere considerato esaustiva.

Bisogna quindi approfondire e indagare ciò che non è apparso al primo sguardo. Bisogna, come mi disse una volta un mio interlocutore sul campo, varcare il cancellino che riconduce ai retroscena di un contesto o una scena in cui ci si immerge.

Ed eccomi curiosa di scoprire Napoli, di leggere “nfaccia e mure de viche … a storia e sta bella città” (Napule, Gigi D’Alessio, Gigi Finizio, Sal Da Vinci, Lucio Dalla).

Per le parole e la traduzione del brano vedi http://www.iviandantidellamore.net/Musica%20(napule).htm

3 Comments Add yours

    1. Grazie Stefano!! Anche per il tuo supporto!

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