Le tribù – Dialogo tra antropologia e giornalismo

Ci sono due tribù molto affini che vivono in una terra rigogliosa, ricca di fatti, eventi e fenomeni tutti da esplorare, decostruire, raccontare. Sono vicine, parlano lingue diverse benché condividano molti vocaboli, hanno ritmi di vita lenti e riflessivi gli uni, frenetici e spesso approssimativi gli altri.

Si incontrano sui territori di caccia, ma cercano una cacciagione diversa: gli uni si cibano di fenomeni culturali e sociali, gli altri di scoop e notizie, e usano strumenti che rimandano a una stessa conoscenza tecnologica, fatta di registratori e diari, che le ere hanno modificato sulla scia di un progresso comune. Una tribù ne ha seguito le mode, le innovazioni – i pc e i tablet -, mentre l’altra è rimasta fedele all’amata carta-e-penna.

Entrambe le tribù coltivano nei propri orticelli banche dati, note di campo, immagini e video, appunti e riflessioni. E li usano per cucinare lauti pasti per la comunità, secondo le tradizioni culinarie di ciascuna tribù. Nutrienti saggi scientifico-accademici, ricche etnografie, salutari analisi socio-culturali accessibili a pochi “barbari”, a chi non parla la lingua locale. Gli altri preparano notizie accattivanti, gustosi scoop, cronache “figer tips”, indigeste controversie politiche, che attirano l’attenzione di tutti.

Raramente si riuniscono per decidere dell’uso del suolo, della vita geo-poitica e dell’ecosistema in cui coesistono. Gli uni, rinchiusi nei confini del proprio villaggio, escono ogni tanto per sbirciare negli orti degli altri, ne leggono le pagine che vi fioriscono e rimangono così aggiornati sulle conoscenze che i vicini producono. Gli altri, meno orgogliosi e abituati a richiedere consulenze a esperti esterni alla comunità, si avvalgono a volte la consultazione dei conterranei laddove non riescono a dare spiegazioni a determinati eventi.

Sono la tribù degli antropologi e la tribù dei giornalisti, che ho avuto il piacere di conoscere, osservare meticolosamente e partecipare alla vita del villaggio. Ho imparato le lingue locali, l’antropologhese e il giornalistichese. Ho partecipato alle battute di caccia, ho coltivato gli orti apprendendone metodologie e i presupposti professionali.

E ciò che di più lampante mi è apparso, è che fra i due non è mai scorso buon sangue. Mai una guerra, mai una diatriba alla luce del sole, ma nemmeno una collaborazione o un confronto. Forse in rari casi, ma in terre lontane. Negli Stati Uniti, dove il dialogo tra antropologia e giornalismo sta costruendo un ponte fra gli alleati delle tribù italiane.

Come avevo già tentato in precedenza, vorrei aprire un dibattito e riflettere su alcuni aspetti che concernono queste due comunità di esperti e professionisti, di produttori di interpretazioni e verità, di sapere e informazione. Riflessioni epistemologiche, critiche vicendevoli, ma soprattutto vorrei costruire con voi una riflessione su ciò che Gli antropologi possono imparare dai giornalisti e ciò che I giornalisti possono imparare dagli antropologi. Una mediazione e un dialogo che le rispettive tribù hanno già intrapreso con altre comunità, tuttavia senza mai costruire un ponte tra di loro.

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