Antropologia e comunicazione 1 ~ antropologi nei media

Prato, 19 dicembre 2015. III Convegno nazionale SIAA, la Società Italiana di Antropologia Applicata. Un evento incentrato su quel ramo delle discipline demo-etno-antropologiche in cui l’etnografo mette a disposizione di enti e istituzioni attive sul territorio, private e pubbliche, il suo bagaglio concettuale e professionale. Un’antropologia, insomma, che esce dai confini accademici per aprirsi e intervenire nel mondo.locandina-siaa-2015

Un panel in particolare, l’ultimo del convegno, mi ha portata a salire sul treno e raggiungere il Polo Universitario Città di Prato. Si intitolava “Sfide, vincoli e opportunità della comunicazione in antropologia” e vi avrebbero preso parte autorevoli antropologi, nonché corsivisti nei principali quotidiani italiani e talk show: Amalia Signorelli (Fatto Quotidiano), Marco Aime (Università di Genova – Fatto Quotidiano) e Adriano Favole (Università di Torino – La lettura del Corriere della Sera)1. Gli antropologi infiltrati nella “tribù dei giornalisti” potevano essere dei buoni soggetti “da pensare” per questo blog.

E di fatto le riflessioni emerse su antropologia, giornalismo e comunicazione hanno, dal mio punto di vista, aperto un varco nell’epistemologia antropologica. Scopo ultimo della disciplina è infatti la produzione del sapere e la divulgazione scientifica, processi questi che si trovano in antitesi con il giornalismo e le comunicazione di massa a causa dell’affermato timore, per gli accademici, di cadere nella banalizzazione dei concetti e nella generalizzazione di contenuti.

Tanto è stato fatto per schiacciare paradigmi fuorvianti quale l’evoluzionismo e lo strutturalismo. Le teorie post-coloniali e la svolta interpretativa degli ultimi sessant’anni circa e i conseguenti sforzi di decostruzione e autocritica dell’antropologia, nonché quelli di ottenere un riconoscimento scientifico, non possono essere rimossi in favore di una maggior visibilità della professione dell’antropologo attraverso i mass media.

Il compromesso risiede nel linguaggio e nella letteratura di genere, nei registri con cui l’antropologo e il giornalista scrivono, le norme e l’etica professionale. Ma la spinta a far conoscere il punto di vista antropologico e le sfida dei linguaggi di comunicazione sono, per gli speaker del Convegno SIAA, un dovere professionale.


Antropologues dans les media

Gli speaker al Convegno SIAA hanno quindi posto la questione degli antropologi nei mass media sotto un’altra luce. L’antropologia, ha argomentato Marco Aime, «ha secondo me il pregio di spiazzare, di spostare lo sguardo… di riuscire a porre il problema sotto un altro punto di vista, che non è quello generalmente condiviso». E continua: «Credo che sia in parte nel compito di educatore che noi abbiamo nella società [quello di] far circolare delle idee, buttare il germe, il seme del dubbio… soprattutto giocando sull’esperienza dell’etnografia… ecco, smontare un po’ di certezze granitiche».

Così anche Amalia Signorelli. Dopo una prima partecipazione a Ballarò ha compreso quale utilità potesse avere l’intervento di un’antropologa in televisione: «Mostrare come l’antropologia sia utilissima per offrire un punto di vista diverso sui fatti del giorno. In realtà i fatti del giorno sono una cosa che tutti conoscono, mentre se io voglio parlare degli Kwakiutl devo cominciare da molto più lontano a spiegargli dove stanno e chi sono». La convocazione di Floris al programma nacque proprio da un dibattito pubblico e sin da allora la “vecchietta d’assalto”, come si è autodefinita, ha bucato lo schermo.

«Il fatto che Berlusconi faceva le cene ad Arcore era una cosa che sapevano tutti, no?! Tutti avevano un loro punto di vista su questo… Allora ho scoperto che la cosa che poteva destare interesse e fare veramente la differenza era offrire un punto di vista diverso, chiarendo che questo punto di vista diverso non era maturato casualmente o da idiosincrasie personali, ma era stato messo a fuoco utilizzando strumenti antropologici»2

Ballarò, puntata del 26.06.2013
Ballarò, puntata del 26.06.2013

Adriano Favole collabora con La Lettura, un supplemento culturale del Corriere della Sera, in qualità di antropologo: «Mi è richiesto [di] prendere spunto da libri che escono… per costruire dei percorsi tra più testi (anche non necessariamente tutti di antropologia) [ed] entrare da antropologo in qualche dibattito, anche scientifico, … di costume, … o anche politico, … di cronaca, in cui le lenti dell’antropologo, la bussola dell’antropologo… ci diano un qualche orientamento». E continua: «È stata una scoperta piacevole in redazione l’antropologia!» che ha voluto pubblicare articoli inerenti l’antropologia medica, delle migrazioni e dei tribunali: «Perché un antropologo nei tribunali, che cosa c’entra? … Non è affatto scontato, e noi tutti lo sappiamo, sapere che cosa ci fa un antropologo in questi territori»

«Non stanchiamoci di spiegare che cosa fanno gli antropologi», ha detto Favole riassumendo così la filosofia del panel.

Continua a leggere 2. divulgazione e linguaggio nei mass media*




1 Ha introdotto il panel Roberta Bonetti (Università di Bologna), mentre Bruno Barba (Università di Genova) ha moderato gli interventi. Marino Niola (Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – Repubblica), previsto come speaker nel programma, non si è presentato.

2 Ho fatto richiesta alla prof.ssa Signorelli per pubblicare la trascrizione integrale del suo intervento in cui delinea con precisione l’episodio, argomentando e sottolineando alcuni interessanti dati etnografici.

* L’articolo non finisce qui. Contrariamente a tutti principi di brevità della comunicazione online, mi sono dispiegata a delineare i punti principali del dibattito. Buona lettura!

2 Comments Add yours

  1. Maky says:

    Molto molto interessante!

    1. Grazie Maky!! Presto pubblicherò la seconda parte… 😉

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