Antropologia e Comunicazione 2 ~ divulgazione e linguaggio nei mass media

Prato, 19 dicembre 2015. III Convegno nazionale SIAA Come può quindi la divulgazione scientifica trovare spazio sui mezzi di comunicazione di massa? L’autrice di “Chi può e chi aspetta”, uno dei suoi molti studi sul Mezzogiorno[1], è contraria a divulgare conoscenze “tecnicamente” antropologiche attraverso canali strutturati in funzione di un altro tipo di contenuti: «Non si può prescindere dal mezzo, perché ciascun mezzo ha il proprio linguaggio». Così ha dato lo spunto per dibattere sulla divulgazione scientifica:

«Io ho il terrore, perché non credo che nel contesto di una trasmissione come sono i talk show si possa divulgare proprio niente. C’erano due possibilità: o asserire o mostrare». E in un secondo momento: «Come tutte le cose, anche le lasagne al forno, se le si fa bisogna farle bene. Non credo che la sfera della comunicazione di massa sia sempre automaticamente il luogo migliore per fare divulgazione»[2]

Rimane tuttavia il problema che nei mass media «parlano di antropologia persone che non sono antropologhe», come ha sottolineato Bruno Barba, moderatore del panel al Convegno SIAA. Così anche le professoressa al termine del suo intervento: «Se c’è una cosa terrificante in giro è l’antropologia orecchiata, l’antropologia fatta da chi antropologo non è»

La tesi di Aime e Favole è tuttavia quella di non confondere i due processi di divulgazione scientifica e di informazione di massa, quanto piuttosto esercitarsi sul fronte di entrambi i registri. Così Adriano Favole:

«Trovo che noi, come comunità di antropologi, sperimentiamo poco la scrittura, cioè siamo troppo legati al saggio, alla scrittura saggistica. Di Writing Culture abbiamo colto molto bene tutto l’aspetto decostruttivo delle nostre scritture, ma per me è anche un invito a sperimentare forme di scrittura antropologica andando verso la letteratura, ma anche verso la fiction, e provando a sperimentare le nostre conoscenze antropologiche per scrivere dei racconti, dei romanzi. Chi di noi è bravo a farlo, perché non ci si improvvisa in queste cose, assolutamente!»

Mentre Marco Aime, blogger del Fatto Quotidiano, ha affermato che gli antropologi dovrebbero imparare ad «applicare un doppio linguaggio. Cioè io non credo che scrivere anche testi divulgativi sia per forza antitetico allo scrivere articoli scientificamente più corposi, più validi e più profondi. Non è sempre facile usare il doppio registro, però è un esercizio».

E così continua:

«Credo che sia importante un pochino sporcarsi le mani. Perché questo viene a volte visto all’università un po’ come scendere a compromessi… andare a fare qualche iniezione di antropologia qui e là a volte serve di nuovo a spiazzare… Ci sono dei casi in cui ci si lamenta, c’è un po’ il complesso di Calimero… di essere esclusi, però è anche vero che a volte ci si autoesclude. Bisogna invece anche mettersi in gioco, no?!»

Sporcarsi le mani e mettersi in gioco, quindi. Ma anche rischiare, aggiunge l’antropologo del Corriere.


Questione di linguaggio, compromessi con il mezzo

Compromessi con il linguaggio della comunicazione e con le regole e i tempi dettati dalla specificità di un medium, la scelta dei vocaboli e dei titoli, la negoziazione in primis con la redazione e quindi con il pubblico. Questi gli aspetti con cui scendere a patti (o negoziare) e che, se visti da un altro punto di vista, possono diventare esercizi di scrittura per un antropologo[3].

Ciascun mezzo di comunicazione ha le sue regole, le proprie tempistiche. «Il giornalismo – ha detto Adriano Favole, che si è approcciato prima a questa professione che a quella etnografica – è un gioco che ha delle sue regole che a volte non siamo così pronti a rispettare o a cogliere. Per regole intendo appunto regole di scrittura e di tempi», in quanto viene richiesto di essere veloci e rapidi nella scrittura. «Sai che rischi errori, rischi gaffe… però questo è un po’ il mondo del giornalismo»[4].

Nei talk show sarebbe impensabile parlare di antropologia per oltre cinque minuti, afferma la Signorelli: «Per cinque minuti consecutivi può parlare Crozza e poteva parlare, non so, Vittorio Gassman. Cioè si tratta di tenere lo schermo come si tiene il palcoscenico. Non escludo che un antropologo possa farlo, ma…»

Se in televisione i tempi di parola sono esigui, la radio racchiude invece una logica completamente diversa. Proprio perché si fonda sull’importanza della parola, mentre il silenzio diventa controproducente, riporta Aime, «ci sono degli spazi dove si riesce ad articolare un pensiero, un minimo di costruzione, che è necessariamente semplificato rispetto a un livello di comunicazione accademico, però non per forza cade nello slogan».

Amalia Signorelli, che può vantare dalle venti alle trenta comparsate televisive circa in soli cinque anni, ha riflettuto molto su come lo slogan, e più nello specifico alcuni termini, diventino efficaci sullo schermo. È accaduto infatti che «mi sono inventata un termine. Una parola che esiste nella lingua italiana o esiste a metà, ma che ha colpito molto, ha sintetizzato la concettualizzazione che offrivo ed è entrato nel circolo»[5]. E conclude asserendo che per comunicare con efficacia in tv bisogna «trovare il termine che buca lo schermo, forse più che la faccia che buca lo schermo».

Termini che assumono ulteriore rilevanza quando si trovano nel titolo di un articolo. Adriano Favole spiega come in ogni redazione ci sia una figura, spesso esterna alla redazione stessa, incaricata dei titoli in modo che non si ripetano nello stesso numero, che si adattino al numero di colonne attribuite al pezzo, ma soprattutto che presentino termini “attraenti”. «E ovviamente… si sa che l’esotismo e il cannibalismo vendono sempre molto bene» argomenta.

Ha raccontato ad esempio come il titolo di un pezzo che gli era stato richiesto sull’Oceania fosse stato intitolato qualcosa come “Quando c’erano i cannibali”, quando lui, oltre ad aver proposto un altro titolo, cercava di decostruire il significato di cannibalismo e non fomentare discorsi generalisti su tale fenomeno. Così commenta l’antropologo:

«I giornali sono dei prodotti collettivi, [… della] redazione! Nel rapporto con un giornale, ecco, noi in realtà ci rapportiamo con un gruppo di persone, che è la redazione, con le quali dobbiamo imparare a negoziare i significati, i contenuti, i tempi». Così anche come siamo tenuti a negoziare con i nostri gate-keeper. In fondo l’informatore sarà, garantisce Favole, il primo lettore del nostro articolo.

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Continua a leggere 3. lezioni di etnografia*


[1] Chi puo e chi aspetta: Giovani e clientelismo in un’area interna del Mezzogiorno. Signorelli A., Liguori Editore, 1983.

[2] Prosegue poi dicendo che se fosse invitata in un programma televisivo con un format più flessibile all’argomentazione, allora ci andrebbe di corsa. La gentile prof.ssa Signorelli ha risposto positivamente alla mia richiesta di pubblicare il suo intervento al Convegno SIAA. A breve sarà online!

[3] Sostiene Aime «Riuscire a contestualizzare dei testi di antropologia e riuscire a raccontare a un pubblico che è eterogeneo… beh è un esercizio. Ed è anche un esercizio di disciplina, io credo, l’essere costretti a stare in… un certo numero di righe…».

[4] Anche Amalia Signorelli, durante il panel, ha delineato con molta precisione alcune “regole” e osservazioni tratte dalle esperienze televisive. Per questo rimando al post dedicato al suo intervento.

[5] Così il vocabolo “sdoganamento” («Berlusconi ha sdoganato la prostituzione in Italia») e “annuncite” («Renzi soffre di annuncite») hanno «colto un qualcosa di cui tutti sono consapevoli, che non viene mai portato in superficie e indicato come tema di riflessione». Si veda post.

* L’articolo non finisce qui. Contrariamente a tutti principi di brevità della comunicazione online, mi sono dispiegata a delineare i punti principali del dibattito. Buona lettura!

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