Antropologia e Comunicazione 3 ~ lezioni di etnografia

Prato, 19 dicembre 2015. III Convegno nazionale SIAA – Così se per un antropologo vestire i panni del giornalista può diventare un esercizio pratico di scrittura e un dovere etico di cittadino e professionista, altrettanto il giornalismo può beneficiare dell’antropologia dal punto di vista deontologico e metodologico. È soprattutto Adriano Favole, che iniziò la sua carriera come giornalista inviato nei piccoli comuni dell’Oltre Stura Fossanese (Cuneo), a riportare al III Convegno SIAA i vantaggi dell’etnografia nella professione giornalistica.

«Fu quella un’esperienza di scrittura, di velocità di scrittura» ha raccontato; e prosegue: «L’altra cosa che mi aveva insegnato quell’esperienza… era come fosse utile un taglio etnografico nel fare giornalismo di territorio… perché devi imparare ad avere buoni rapporti con i tuoi interlocutori, a negoziare con loro informazioni, e a fare con loro quell’operazione di… restituzione… devi mostrare, no?!, di non tradire la fiducia, ma devi allo stesso tempo dire delle cose che vadano al di là del punto di vista del tuo interlocutore. Ecco, penso che questo sia un esercizio di etnografia»

Ecco quindi che il compito degli antropologi è anche quello di «far vedere che l’etnografia è uno strumento per fare del buon giornalismo». Ma prima dobbiamo ammettere che «i bravi giornalisti non sono poi così lontani dai bravi etnografi… vincere un po’ questa idea che scrivere sui giornali voglia dire indebolire la propria capacità scientifica».

Al contrario, continua Favole: «L’etnografia ci insegna a fare bene la comunicazione e anche l’inchiesta giornalistica. Per cui credo che [dobbiamo] interrogarci sulle applicazione dell’antropologia». In una rivista come Internazionale, ad esempio, in cui l’antropologo del Corriere della Sera fa notare la scelta di uno stile etnografico, piuttosto che giornalistico, per il taglio degli articoli: «Quegli articoli cercano di trasmettere grandi messaggi – politici, teorici, di denuncia – attraverso i piccoli dettagli della vita quotidiana».

Ma soprattutto l’antropologia può insegnare ad argomentare, più che ad attaccare o a denigrare. Un esempio paradigmatico è dato dall’incontro della Signorelli con Marine Le Pen, in cui la professoressa ha espresso e argomentato la sua critica al riduzionismo culturale delle propaganda del (ex) Front National e le ha fatto notare come, a seguito della colonizzazione in Tunisia, sia nata una cultura ibrida tra quella araba e quella francese, ormai inscindibili l’una dall’altra[1].

Così conclude: «Mi dicono tutti che fu completamente spiazzata dal fatto che io non aggredivo il suo punto di vista, ma mettevo sul piatto un altro punto di vista suffragato da una serie di fatti che erano incontestabili… E questa è stata proprio, come dire, un tecnica di approccio antropologico».

Il giornalismo ha quindi bisogno di antropologia, ma fa notare Favole, «noi dobbiamo anche trovare il modo di offrirla! [… Uno] sforzo continuo di far conoscere che cosa fanno gli antropologi. Di che cosa scrivono, come mai non vanno soltanto in Papua Nuova Guinea, ma vanno nei loro terreni di indagine e sono così vicini a noi, quindi rendere l’antropologia una disciplina che né si limita al folklore, né solo esotica, ma anche tutt’altro e da molto tempo. E questo ovviamente è uno sforzo che nella comunicazione è raddoppiato rispetto alle comunicazioni che noi facciamo con gli studenti. Perché è un altro tipo di pubblico di cui devi catturare l’interesse»

 

Così concludo questo report del panel “Sfide, vincoli e opportunità della comunicazione in antropologia” al III Convegno SIAA tenutosi a Prato il 19 dicembre 2015. Pensando che fosse un buono spunto di riflessione, vorrei ringraziare il prof. Bruno Riccio per avermi invitata e Alessia Sini che con Colibrì – Notiziario di Antropologia mi ha ricordato e aggiornata sull’evento.

Torna a Antropologia e Comunicazione*

1. antropologi nei media

2. divulgazione e linguaggio nei mass media 



[1] Per approfondimenti si veda l’intervento completo della prof.ssa Signorelli nel post che sarà a breve pubblicato.

* L’articolo non finisce qui. Contrariamente a tutti principi di brevità della comunicazione online, mi sono dispiegata a delineare i punti principali del dibattito.

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