Museu do Índio

Il museo è una piccola isola tranquilla nel mezzo del barrio Botafogo. È composta da un paio di edifici semplici, in legno, a due piani e con entrate esterne. Nei dintorni, alcune macchine del Funai, la Fundação Naciónal dos Índios.

Entro. Il museo non è molto grande: solo 12 stanze, ciascuna delle quali mostra un tratto culturale del gruppo etnico- indigeno degli Oiapoque, spiegandone i rituali, le tradizioni artigianali, guerriere, artistiche, la cosmologia, gli strumenti musicali e gli utensili, la casa e un locale per rituali. Di quando in quando una leggenda o un mito d’origine. In sottofondo si poteva udire inoltre il suono prodotto da alcuni strumenti, i canti rituali e le voci registrate durante scene quotidiane di vita[1].

Kayeb, il grande cobra bicefalo, è tra le costellazioni più importanti dell’astronomia Palikur

La pioggia non smetteva di battere e la fame si faceva sentire, per cui mi sono spostata nel piccolo baretto all’aperto del museo. Lì ho preso un piccolo pão queijão ed un cafezinho com leite, poi ho fumato una sigaretta. Nel frattempo sono arrivati alcuni professori o funzionari del museo, per cui, dopo qualche minuto, ho spiegato ad uno di essi la mia situazione e questo mi ha spiegato che lo staff di studiosi del museo si è allontanato dalle istituzioni accademiche per avvicinarsi a questo compo piu’ a diretto contatto con i popoli indigeni. Per sapere meglio del loro lavoro, mi riferisce, poteva essere utile per me parlare con la prof.ssa Bruna Franchetto, italina, che potevo cercare al secondo piano.

Sono scappata al piano di sopra, quando ho sentito il garoto del bar chiamarmi: mi ero scordata di pagare. Ho quindi cercato Mara la quale mi avrebbe saputo dire dove potevo trovare l’antropologa che ccercavo. Il giorno seguente, mi spiega, sarebbe stata al Museo Nacional per un seminario in onore di Lygia Sigaud e il giorno seguente non sapeva. Mi lascia comunque la mail della prof.sa, in modo da poterla contattare e prendere appuntamento; lei comunque gli avrebbe riferito.

Rio de Janeiro, 22.06.2010


[1] Le didascalie informano che si tratta di un gruppo indigeno che vive fra il Brasile, più precisamente nello Stato dell’Amapá, e la Guinea Francese. Ne fanno parte le etnie Karipuna, Galibi-Kali’na, Galibi Marworno e Palikur, che abitano in 36 villaggi sparsi nelle Terre Indigene Uaçá, Galibi e Juminã. Sono oltre 5000 e poliglotti: oltre alle lingue indigene Galibi e Palikur, utilizzano il patois portoghese e francese come lingua comune. Tra i rituali, quello in onore del “Cobra Grande”, um essere soprannaturale chiamato dal cerimoniere (pajé) per partecipare al turé (rituale di ringraziamento realizzato tra settembre e novembre nel lakuh, uno spazio sacro, in onore degli spiriti che hanno aiutato a sconfiggere le malattie). Nella cosmologia, un tema ricorrente è l’acqua: la pioggia (simbolo di vita e cambiamento), il mare, i laghi e il letto dei fiumi (in cui vivono gli essere soprannaturali). Non a caso Parauyune, il primo uomo, è nato dal mare. Per sua volontà, tutto in seguito nacque dal mare: le piante, il sole, le nuvole e la pioggia. Tra gli strumenti erano esposti sofisticati ornamenti in piume, sotto forma di corone radiali, cappelli e pendenti. Tra gli strumenti musicali, si trovano i maracás: percussioni ricavate dal frutto della cuieira e semi di caxaicó, al cui capo sono fissate piume di arara, gazze e pappagallini. Vengono utilizzati dai pajé durante i rituali per chiamare gli spiriti, per accompagnare i canti degli uccelli, delle farfalle, delle lucciole, dei granchi, ma specialmente i canti africani.

Per maggiori informazioni Povos Indígenas do Brasil – Socioambiental.org

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