Amalia Signorelli, un’antropologa in tv (1)

Amalia Signorelli, antropologa autrice di ricerche sul Meridione e sulla società italiana contemporanea, “vecchietta d’assalto” nei talk show in prima serata da qualche anno, ha fatto riflettere e divertito il pubblico del III Convegno SIAA tenutosi a dicembre a Prato. Si è prestata quale caso etnografico per un’antropologia dei media e della produzione del consenso, ha analizzato i backstage e il linguaggio televisivo, ha raffigurato il ruolo dell’antropologo nella comunicazione di massa.

Ecco di seguito l’intervento di A. Signorelli trascritto integralmente. Rare sono state le modifiche al testo – per una lettura più scorrevole – mentre la scelta di suddividerlo in capitoli e post è dovuta alla lunghezza del testo e dell’intervento (35 minuti). Una scelta estetica, funzionale alla lettura, che nulla vuole togliere alla densità del contenuto.

Infine grazie alla prof.ssa Signorelli per avermi gentilmente concesso di pubblicare, benché pubblico, il suo intervento al panel “Sfide, vincoli e opportunità della comunicazione in antropologia”.

© IlFattoQuotidiano.it
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Marc Augé scrisse “L’antropologue dans le metro”[1] … era il racconto, ma non era una novella o un romanzo, era il racconto-riflessione, il diario critico e auto-critico di un suo viaggio attraverso Parigi, precisamente nel metro. Rifacendomi a un così illustre esempio ho pensato che oggi pomeriggio potevo fare “Une antropologue dans la télé” perché pensavo che la parte interessante di questo discorso è strettamente legata a un’esperienza pratica (perché io non sono certo una teorica delle comunicazioni e neanche una studiosa delle comunicazioni di massa, quindi mi tengo prudentemente lontana dai discorsi generalizzati). Cerco di raccontarvi un’esperienza che forse può essere materia di un utile approfondimento…

Berlusconi e Ballarò

In maniera puramente casuale un giorno ricevo una telefonata. Era la redazione di Ballarò che mi chiede se volevo partecipare a una trasmissione. Perché? Naturalmente non era casuale. Si era alle prese, a livello nazionale, con uno dei tanti processi che riguardavano Berlusconi sotto il profilo dei suoi comportamenti sessuali, dei suoi rapporti con le donne in genere.

Ora, si dava il caso che due anni prima, era il novembre del 2010, c’era stato a Firenze un grosso convegno che si chiamò “Berlusconismo” e che fu proprio una riflessione sulla portata culturale della presenza di Berlusconi nella storia d’Italia. Non solo del suo governo, ma proprio della misura in cui aveva inciso sulla mentalità e sul costume del Paese. E fu veramente un grosso convegno all’interno del quale Paul Ginborg mi chiese di che cosa volevo parlare, e mi venne in mente di parlare di Berlusconi e delle sue donne.

Ogni volta che proponevo questo tema ovviamente gli sghignazzi arrivavano alle stelle. Però poi dopo veniva fuori insomma che si trattava di un tema serio. Poteva anche far venire qualche ghigno, ma insomma era abbastanza serio come tema.

Gli atti del convegno furono pubblicati da Laterza e la redazione di Ballarò aveva scoperto che una persona che poteva parlare dei comportamenti amorosi di Berlusconi, diciamo da un punto di vista non moralistico ma possibilmente utilizzando gli strumenti di approfondimento di una disciplina tecnicamente rigorosa, era difficile da trovare. Finché scoprirono questo mio pezzo che gli piacque molto e mi chiamarono.

Da lì è cominciata una specie di… loro la chiamano un “carriera televisiva”. Non è una carriera televisiva, però, evidentemente, senza saperlo, avevo una capacità di stare lì, di “bucare lo schermo”, come si dice in gergo. Perché da allora ho accumulato qualcosa che sta fra le 20 e le 30 comparsate. Non solo a Ballarò. Ma poi quando è passato a La7 e ha messo il tema Di Martedì, Floris mi ha voluto con sé. Ma poi sono andata anche da Santoro, sono andata dalla Lili Gruber, sono andata ad Agorà, sono andata a Coffee Break…

Etnografia della tv

Ora queste cose sono piuttosto, per me furono molto sorprendenti e ci tengo a precisare le condizioni oggettive in cui si svolgono. Sono assolutamente gratuite, cioè non c’è compenso. L’unica cosa che la produzione fa è mandarti una macchina, se la chiedi, a prenderti e a riportarti a casa.

Raramente, perché hanno pochi soldi, invitano gente da fuori Roma, dove la casualità del fatto vuole che una diventi una diva televisiva solamente per il fatto di abitare a Roma… no, non lo dico per far battute! Sono una serie di dati di contesto che è bene tener presente, no, perché gli andamenti della vita sono, come dire, pluricausati.

Comunque non ci sono compensi e non c’è anche, o almeno finora non mi è mai capitato, alcun tipo di vincolo. Nel senso che si riceve una chiamata di convocazione 2 o 3 giorni prima e viene, in termini generici, indicato il tema. Dopodiché a distanza di 48 ore dalla trasmissione si riceve una seconda telefonata in cui il tema è ormai stato articolato in una scaletta, ti viene detto a che punto della scaletta ti collochi e quali saranno probabilmente i tuoi compagni di trasmissione.

Dopodiché sei padrona, anche all’ultimo momento, di prendere o lasciare. Proprio perché non sei retribuita, e questa è una condizione in un certo senso ottimale, quella di non essere retribuita, perché ti lascia un margine di libertà totale. Queste sono un po’ le condizioni al contesto.

L’iniziazione in tv

Che cosa ho fatto quando sono andata lì? Devo dire una cosa. (Riferito a Bruno Barba) Tu hai usato il termine “divulgazione”. Io ho il terrore, perché non credo che nel contesto di una trasmissione come sono i talk show si possa divulgare proprio niente. C’erano due possibilità: o asserire o mostrare.

Allora, in fondo, la prima volta che sono andata la cosa è venuta da sé. Non sapevo che cosa mi avrebbero fatto fare. Sono andata lì un po’ così, alla cieca, fidandomi dell’abilità, riconosciuta a Giovanni Floris, di saper interrogare le persone.

Poi dopo ho cominciato a pensarci sopra e ho capito che quello che volevo fare, e che forse era di qualche utilità, era mostrare come l’antropologia sia utilissima per offrire un punto di vista diverso sui fatti del giorno.

In realtà i fatti del giorno sono una cosa che tutti conoscono, mentre se io voglio parlare degli yahutl devo cominciare da molto più lontano a spiegargli dove stanno e cosa sono. Il fatto che Berlusconi faceva le cene ad Arcore era una cosa che sapevano tutti, no?! Tutti avevano un loro punto di vista su questo. La redazione e il pubblico. E naturalmente il pubblico, per la maggior parte, il punto di vista ce l’ha perché le redazioni provvedono a fornirglielo.

Allora ho scoperto che la cosa che poteva destare interesse e fare veramente la differenza era offrire un punto di vista diverso chiarendo che questo punto di vista diverso non era maturato casualmente o da idiosincrasie personali. Ma era stato messo a fuoco utilizzando strumenti antropologici.


[1] Un ethnologue dans le métro, 1986. Trad. it. a cura di Francesco Lomax, Un etnologo nel metrò, Milano, Elèuthera, 2005.

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