Amalia Signorelli, un’antropologa in tv (3)

 … l’ultima parte dell’intervento di Amalia Signorelli.

© IlFattoQuotidiano.it
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Reazioni alla celebrità

Vorrei dire altre due cose. Una appunto sulla ricaduta esterna. A parte gli incontestabili elementi di vanità soddisfatta, di piacere del successo, sarebbe stupido dire che no. Certo che sì! Ma sostanzialmente le reazioni che ho potuto cogliere nella vita di ogni giorno, sono di due tipi: c’è un pubblico informato e c’è un pubblico che vive l’esperienza dello spettacolo televisivo in tutt’altra chiave.

Il pubblico informato generalmente mi riconosce alcune qualità. Prima di tutto che mi si capisce. Non parlo un gergo politichese o di altro gruppo ristretto, ma che si capisce quello che dico. Secondo, che chiamo le cose con il loro nome. Che non è esattamente lo stesso concetto, c’è una sfumatura diversa, no?!, che mi riconosce anche un certo coraggio in un certo senso… una certa onestà se non altro, ecco.

Il giovane presidente del consiglio sulla cresta dell’onda… leggete il libro di Marco Travaglio, dove raccoglie i commenti dei grandi giornali italiani sul giovane presidente sulla cresta dell’onda. Dire che ha l’annuncite presuppone, che so, un minimo di spregiudicatezza per lo meno. E questo viene riconosciuto. Mi viene riconosciuto che dico cose che servono a capire meglio il mondo in cui viviamo.

E però, insomma, come dire, un pubblico orientato, avvertito, mi fa molto piacere ma non mi sorprende. Quello che invece mi ha sorpreso è la reazione dell’altro metà del pubblico, che chiamo un po’ impertinentemente “la Madonna di Medjugorje”. Che sarei io. Perché il modo di recepirmi è assolutamente magico.

Mi sono resa conto che la televisione ha, produce un magismo, produce una sfera di magicità dove gli elementi di analisi razionale della situazione sono completamente esclusi. Cioè, tu sei andato in televisione, ergo, poi cos’hai detto, se hai dei poteri reali e non soltanto quello di andare in televisione, non solo non è un problema che non si pone, ma direi che nemmeno conta tanto.

Ci sono stati degli episodi che mi hanno fatto pensare davvero alla magia per contatto e a quella versione moderna della magia per contatto che è andare a San Pietro e toccare il piede della statua di bronzo di San Pietro, o altri cerimoniali del genere. Racconto sempre questo episodio perché è stato il top di una serie di altri episodi analoghi.

Dalla fruttivendola

Ero in una bottega sotto casa mia a comperare la frutta e la verdura, avevo già ricevuto le feste della proprietaria della bottega, di sua figlia: «Ah brava professoressa, andare in televisione, andare in televisione…». «Ma vi è piaciuto quello che vi ho detto?» [La risposta, ndr] «È andata in televisione!».

Però, dico, insomma, una fruttivendola, come si dice a Roma, non mi aspettavo molto di più. A un certo punto sento dietro le mie spalle una voce trepida che, rivolta alla fruttivendola, dice: «È lei? È proprio lei?». Al ché la fruttivendola: «Certo che è lei! È mia cliente!».

Al ché io mi volto e vedo una distinta signora, quella che a Roma si chiama una “signora distinta”, cioè presumibilmente appartenente a una borghesia media, neanche medio-bassa ma media, non di giovanissima età, dotata evidentemente di tutte le capacità possibili e immaginabili per vivere nel mondo contemporaneo, che mi guarda e fa, vi giuro con questa voce e quest’espressione: «Ma allora lei abita qui in mezzo a noi!».

Vi giuro, si resta vagamente sconcertati! Insomma, io ancora non ho capito come mi devo comportare quando accadono queste cose, che non accadono sempre, per fortuna, ma nemmeno così raramente. C’è proprio una sorta di scatto…

Quello che è vero è che attraverso questa esperienza ho capito come si fa a costruire il consenso. Almeno, ho visto molto da vicino una fetta delle strade attraverso le quali si costruisce il consenso. Diciamola brevemente, visto che in televisione bisogna essere sintetici, ho capito come ha fatto Berlusconi! Che deve aver avuto nella sua equipe antropologi e psicologi di primissimo ordine.

Perché evidentemente quello di cui la gente ha bisogno non è soltanto ciò che gli psicologi chiamano un “meccanismo proiettivo”, no?!, un’opportunità di proiettarsi e identificarsi con qualcuno che ai loro occhi rapisca, ma questo qualcuno deve avere l’abilità, o l’opportunità o quello che è, ma comunque deve rappresentare ai loro occhi l’incarnazione di quello che nel loro orizzonte culturale è ciò che dovrebbe essere la persona perfetta, felice e sublime e superba, no?!, superiore a tutti.

Perché la proiezione non avviene su uno qualunque uguale a te. Non ti proietti sul tuo vicino di casa. Dev’essere per lo meno di un gradino, possibilmente di molti gradini, superiore a te. Allora il meccanismo della proiezione scatta.

Andare in televisione significa farlo scattare in una misura che non mi era mai capitata, perché chiunque di noi che ha occupato una cattedra sa che prima o poi c’è sempre l’allievo o l’allieva che ti viene a dire: «Voglio diventare come lei!» … qui siamo proprio fuori dalla ragionevolezza, no?!

La farmacista

Un altro episodio che vi posso raccontare è la farmacista, la farmacista titolare di una farmacia modernissima, ultra frequentata, che mi chiama da parte e mi dice A lei lo posso dire!

–   Che cosa?

–   Sono l’incarnazione del male. È il male puro! – Quelli dell’Isis. Dico:

–   Ma come fa a dirlo? – Essendo una farmacista pensavo di poter avviare un minimo di dialettica.

–   No no, lei le deve sapere queste cose perché lei va in televisione! Questi sono pagati da i gruppi giudaici degli Stati Uniti che vogliono – cioè un papocchio – che vogliono conquistare il mondo però stanno sempre super nascosti, nessuno li conosce e mandano avanti questi. E questi sono l’incarnazione del male!

Allora io, tanto per essere provocatoria, dico:

–   Ma se è così come possiamo fare?

–   Pregare!

Li avevo un po’ perso la pazienza, sempre per una ragione di classe no?!, con la farmacista Santo Iddio.

–   Pregare tanto

–   Questo per me è un consiglio difficile da applicare perché non prego

–   Ah signora! È la volta buona per cominciare!

Ma vi rendete conto? Siamo nel 2015. La titolare di una farmacia è una tizia che ti dà cose che ti possono uccidere o far star bene. Con tanto di tesserino qui, no?!, e dovrebbe essere la quintessenza del razionalismo. Evidentemente molta irrazionalità è diffusa nella nostra società e buona parte di ciò che passa in televisione fa leva proprio su questa irrazionalità. Questa è stata una cosa che mi ha molto colpito e che mi dà molto da pensare.

Premesse per un campo nei backstage televisivi

Ho fatto un’etnografia molto atipica, asistematica, a tutto, che in parte è anche etnografia di me stessa, di quello che ho fatto e faccio quando vado lì. Tra l’altro dopo che ne ho parlato con voi ho paura che svanisca la magia…

Però, l’ultima cosa che vorrei dire è un minimo di effetti etnografici stanno nel fatto che ho capito, non ho potuto indagare, ma ho capito che è come si diceva, che è un micro-universo la televisione.

Cioè ci sarebbe da andare a fare un campo a partire dal backstage delle trasmissioni, perché non solo hanno un loro gergo che bisogna imparare, a parte il “bucare lo schermo”. Un’altra cosa serissima che ti dicono, la prima cosa che ti dicono serissimamente, è: «Lei ha bisogno del trucco-e-parrucco?»

E si dice così. Non parrucchiere. Trucco-e-parrucco. Tutti e due insieme. In televisione si va con il trucco-e-parrucco. Effettivamente una volta che io feci la spiritosa con l’andarci senza trucco, Lili Gruber, prima che partisse la trasmissione, con voce che non ve la immaginereste mai, pressoché stentorea: «Trucco, trucco! Il rosso sulle guance all’ospite!»

Allora è un universo in cui le dimensioni, le cose buone e le cose cattive, le cose importanti, le cose poco importanti sono un po’ diverse rispetto all’universo che sta fuori di lì. C’è il gergo, ci sono i comportamenti di base che bisogna sapere e condividere, che bisogna imparare, non che si arrabbino se tu non li sai, ti mettono affianco una ragazza giovane…

Perché poi quello che si intuisce, oltre al lessico condiviso, oltre ai valori condivisi, c’è poi tutta la dinamica, la dinamica del potere, la dinamica del successo, la dinamica dei bastoni reciproci tra le gambe, la dinamica del fascino, della seduzione, ma anche dell’inganno…

Cioè è un piccolo mondo rispetto al quale, diciamo, quello che vediamo sullo schermo è il precipitato, il risultato di dinamiche molto molto consistenti, importanti, e che avrebbero credo un interesse generale a poterle indagare almeno da due punti di vista: sono sicuramente un esempio magistrale delle dinamiche d’impresa, no?!, la vita interna delle imprese. Questa è un’impresa e non piccola, sia pure sui generis.

E l’altro elemento interessante è il fatto che c’è una consequenzialità che a noi sfugge completamente tra ciò che bolle dietro lo schermo, ciò che si matura, si organizza, prende forma, e quello che arriva sullo schermo. Cioè non è casuale quello che noi vediamo.

E non è il frutto, come avrebbe detto Don Benedetto Croce, non è “un’intuizione pura e liricamente espressa di qualche creativo”, no?!, di un qualche artista. È un prodotto della sinergia, della convergenza, ma anche della divergenza e degli antagonisti, di un sistema complesso.

E questa sarebbe una critica molto interessante da fare al sistema e sarebbe nel vivo del sistema, andrebbe oltre la solita classifica “sono noiosi, sono ripetitivi, dicono sempre le solite cose, sempre i soliti western, sempre i soliti gialli o horror, etc.”, tutte le critiche che sappiamo, no?! Generalmente c’è un perché.

 

Questo è il frutto di un viaggio nel metro, in sostanza. Non pretendo di avervi dato niente di più. Credo però che sarebbe molto bello se cominciassimo a occuparci sistematicamente, tra l’altro nell’ottica di approfondimento di un tema del quale non ci siamo mai occupati sistematicamente, che invece è un grande tema contemporaneo. Cioè il tema della produzione del consenso, che è, credo, uno dei nodi della società in cui viviamo.

Vi ringrazio!

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