San Lazzaro non si rassegna

In una piccola realtà come può essere Faenza, anche il carnevale di San Lazzaro diventa un momento di riunione e incontri. Quando la partecipazione finisce e l’entusiasmo cala, però, la festa perde i suoi colori. Ma San Lazzaro, sempre e comunque, dev’essere fatto.

Il Carnevale dei Bambini, alla sua seconda edizione, ha raggiunto una partecipazione minore rispetto alla grande festa dell’anno scorso. Tutte le maschere non sono bastate, nella foto di gruppo di tutte le scolaresche, a coprire le scalinate del Duomo e ogni scuola aveva non più di qualche piccolo rappresentante, accompagnato da maestre e genitori.

L’impegno tuttavia è stato, come sempre, al massimo delle proprie forze. Da parte degli organizzatori, dello staff e della manovalanza che, come in molti avranno notato, hanno raggiunto oramai una certa età. Sono tutti volontari che gestiscono piccole realtà sociali, lasciando anche un segno nel tessuto di Faenza. Nel tempo libero o dopo la pensione, con quella cocciutaggine di chi non vuole mettere una croce su un evento che ha segnato per generazioni bambini e ragazzi del Borgo.

La Festa di San Lazzaro rischia già da qualche anno di annunciare l’ultima edizione. Non ci sono i fondi, non c’è più l’impegno e la volontà di realizzare grandi cose, carri allegorici importanti e frutto dell’ingegno collettivo. Ricordo di un anno, quando ero bambina, in cui i bambini delle Carchidio sfilarono su due carri uniti da un enorme Ponte del Borgo, opera di grande ingegneria popolare.

E bisogna dire che spesso le emozioni, gli egoismi e la permalosità prendono il sopravvento sullo scopo di un progetto. Poi c’è chi abbandona e chi se ne è andato. I forni non cuociono più quintali di tortelli per le sfogline e le case non si riempiono di parenti fra dolci di carnevale e botti di vino. Così le tradizioni sembrano svanire.

Eppure c’è qualcuno che ancora insiste. È il Comitato organizzatore, è G. Bettoli che scrive editoriali sempre più accesi in difesa della festa borghigiana.

È quel signore piccolo con un cappello da ciambellano, sempre al telefono o con mille pensieri in testa, il direttore dell’orchestra di S. Lazzaro. Assieme a lui tutto il Centro Sociale Borgo e le maestre Laura e Marinella che hanno ideato la sfilata del sabato con i bambini delle scuole elementari e medie di Faenza.

È quel signore con i baffi arancioni, che da oltre vent’anni lo si vede attorno e sopra ai carri. Dopo che i figli hanno concluso le scuole, lui ha deciso di costruire, con un gruppo di amici, il proprio carro. Il simbolo dell’evento, primo della sfilata, Sua Maestà il Real Tortello.

Ma sono anche tutti i ragazzi, quelli che furono un tempo bambini a S. Lazzaro o in altre sfilate carnevalesche dei dintorni, che continuano a costruire, nel freddo dei capannoni, i carri allegorici. Gruppi di amici, colleghi e famiglie che danno sfogo a divertimento, creatività e peccati di gola. E qualcuno riesce anche a riportare la magia dei carri spettacolari e l’irriverenza della satira politica. Ancora si vedono i cannoni che sparano coriandoli.

Sono tutti gli operatori che si nascondono dietro l’organizzazione di un evento che, comunque, prevede un afflusso di qualche migliaio di persone. L’unico evento capace di coinvolgere in prima persona i borghigiani e i commercianti affacciati su Corso Europa.

Le tradizioni sembrano volatilizzarsi lasciando dietro di sé un alone di nostalgia, ma spesso sono solo soggette a forti cambiamenti. Forse si attende il passaggio di testimone alle nuove generazioni, forse la morsa economica degli ultimi anni ha veramente dato il colpo di grazia alla morale e all’orgoglio di noi italiani. La crisi potrà anche essere la risposta economica a questo declino, ma la rassegnazione è sua complice nel lasciar andar via tutto ciò che mantiene viva una città.

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