Pra mim chega – ciao Italia

Mi sono raccontata in tutte le salse su questo blog, ho espresso idee e sogni. Ed eccomi che torno a raccontarmi, a distanza di un anno, per dirvi ciò che un cv non può trasmettere. Perché i curriculum servono a dire, per brevi punti, ciò che il candidato ha fatto, la sua esperienza e le sue competenze. E speriamo che piaccia all’HR, che il profilo corrisponda a ciò che cercano, che finalmente trovi un posto fisso che remuneri e possa così permettermi di avere un gruzzolo per essere autonoma…

Ma intanto che scrivevo, che mi imbarcamenavo in situazioni curiose e paradigmatiche dell’Italia anno 2015-2016, che mi chiedevo se avrei trovato un punto fermo nella carriera e nella vita, la domanda che mi assillava era: “Ma questo è il lavoro che fa per me?” Non quindi sono il candidato ideale, ma quell’azienda è ciò di cui ho bisogno? E ancor più, l’Italia è in grado di darmi ciò di cui ho bisogno?

Dopo quattro anni mi sono data una risposta: NO!

Ci è voluto molto tempo da quel lontano 2012 quando tornai dal Brasile per investire sul mio Paese. Tutti mi dicevano, dopo la laurea (febbraio 2013), di fuggire intanto che ero in tempo. “Qua c’è la crisi, è tutto uno schifo e tu sei sprecata” mi dicevano. Testarda come al solito, ho scelto di sfidare questa insoddisfazione, perché dopo un anno trascorso all’estero (e ancor prima, anni trascorsi nel batuffolo dell’Università) ho imparato ad amare il mio Paese, ad apprezzarlo ed essere grata alla mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto.

Sono tornata consapevole della crisi, ma fiduciosa che le cose sarebbero cambiate. Dovevano cambiare! Ma come, se tutta la forza propulsiva di un paese, quella fresca e giovane voglia di crescere e dare il meglio di sé, emigrava all’estero? Se tutti i “cervelli” si fossero prestati all’economia di altri paesi? Volevo rimanere per lottare. Ma anche per conoscere l’Italia, le sue meraviglie e contraddizioni, che conoscevano ben più gli stranieri di me.

 

museo tesoro san gennaro

Quando manca la responsabilità sociale

Ho trascorso un anno a Napoli, ho viaggiato per il Sud, ho preso ciò che di meglio lo Stivale ha da dare. Ho studiato giornalismo e comunicazione e ho scritto delle scuole napoletane, per i giovani italiani. Ho ampliato le conoscenze in materia di turismo, settore che mi ha sempre accolta, lavorando all’ufficio stampa di un museo. E qui ho capito il primo difetto del sistema-lavoro che ora vige: non solo l’offerta di lavoro come se fosse un favore nei confronti di un giovane (i favori si fanno frà amici, a qualcuno in difficoltà, non a chi può portare benefici a un’azienda!), ma soprattutto la mancanza di responsabilità sociale da parte dei datori di lavoro.

Cosa intendo per responsabilità sociale? Quella capacità di riconoscere agli altri il proprio lavoro e contribuire al buon funzionamento della società in cui si vive. Invece si trovano imprenditori che vogliono il massimo, lo ottengono, ma non danno al dipendente sicurezze, spesso nemmeno un compenso, e poi ci si vanta dei risultati. Lo si è visto durante l’Expò, l’ho vissuto di persona al Museo del Tesoro di San Gennaro.

Ho tenuto la bocca chiusa per un anno, ma poi uno sente la necessità di parlare… Ed ecco che vi dico, contrariamente a ciò che il direttore del museo ha affermato in un’intervista a una collega del Corriere del Mezzogiorno, entrambi docenti al corso che ho frequentato, che il Museo del Tesoro non offre alcun posto di lavoro ai giovani. Li illude di dargli una grande possibilità, nel frattempo ne risucchia le idee, approfitta della loro intraprendenza e magari ingenuità, poi li abbandona a loro stessi. Ma le vittime non sono i corsisti e i tirocinanti. È il museo stesso che pecca di professionalità e affidabilità.

Eravamo in 10 a frequentare i due corsi dell’Is.Con. (Comunicazione e Beni culturali), ognuna con le proprie specificità, tutte in grado di portare miglioramenti al museo. Solo nel mio gruppo, c’era chi aveva una laurea in inglese e francese (fondamentale per chi vuole portare l’arte italiana in giro per il mondo: proprio in quei mesi il Tesoro era in mostra a Parigi e voleva essere portato negli States), chi sapeva disegnare (un breve corso di grafica digitale e avrebbe dato grandi risultati alla pubblicità dell’ente musealele), chi era spigliato e intraprendente, chi con una forte proprietà di linguaggio e comunicazione, chi con esperienze nell’ambito del digital marketing e editing. Per un museo che fa leva, oltre al direttore, su tre guide turistiche (molto brave) e un addetto alla biglietteria che a mala pena parla italiano ed è responsabile delle pagine  in inglese e spagnolo del sito internet, si suppone fosse proprio ciò che ci voleva.

Durante il corso e i tre mesi di tirocinio, ci è stato chiesto di scrivere comunicati stampa, realizzare un piano di comunicazione, organizzare un seminario, sponsorizzare le attività del museo e creare pagine sui principali social network. A me era stato chiesto di aprire un blog e fare un restyling del sito ufficiale del museo, nonché scrivere dei reportage degli eventi che si tenevano in quei mesi. Tutto in totale gratuità.

Finito il corso, la proposta di costituirci in associazione e offrire il servizio di ufficio stampa al museo, perché il direttore non poteva-voleva assumerci. Così ai tirocinanti prima di noi, così sarà per quelli futuri. E così il sito internet è ad oggi fermo al seminario su Matteo Treglia e la Mitra di San Gennaro che abbiamo realizzato a gennaio 2015 e le pagina in inglese data gli ultimi post al 2010.

Dicevo quindi responsabilità sociale. Proprio ciò che è venuto meno al direttore, che non solo dà un’immagine di incapacità italiana nel mondo, ma non dà altresì futuro e certezze ai giovani italiani e al mercato del lavoro. Lui come tanti altri.

 

Stagione_2015

La “raccomandata” della Riviera

Spesi tutti i risparmi messi da parte e pure i due soldi chiesti in prestito ai miei genitori, e non volendo più approfittare della disponibilità della famiglia del mio fidanzato che mi aveva ospitato e accolto (gratuitamente) come una figlia, sono tornata in Romagna. Sapevo che non avrei avuto problemi a trovare un lavoro e per di più remunerato. Così è stato: tramite mio padre, che da giovane aveva lavorato in Riviera come cameriere, ho trovato posto come receptionist nello stesso hotel in cui aveva prestato servizio lui (negli anni il suo responsabile di sala era divenuto proprietario dell’hotel).

A 28 anni ho rispolverato il diploma e la lingua tedesca che da quel lontano 2006 non praticavo più e, nelle vesti di raccomandata, sono partita per la stagione. Quattro mesi a Milano Marittima a lavorare come receptionist in albergo con un contratto da apprendista e uno stipendio netto di circa 1200 euro al mese. Stipendio che il CNL prevedeva per 6 ore e 40 minuti di lavoro quotidiano e un giorno libero a settimana. In realtà lavoravo 9 ore al giorno con mezza giornata di riposo settimanale, ma in fondo andava bene così: avrei messo da parte un bel gruzzolo e, in fondo mi dicevano tutti, “bisogna adattarsi”. D’altronde avevo vitto e alloggio offerti e distavo 1 minuto dalla spiaggia!

Qui mi sono resa conto di un’altra enorme pecca del sistema-lavoro. Non mi riferisco al clientelismo, che in fondo dà più possibilità di trovare lavoro al popolino di quanto non facciano le agenzie interinali. Piuttosto alla lacuna di professionalità e all’incapacità di stare al passo con i tempi. La mania tutta italiana di rimanere aggrappati al passato, perché “si è sempre fatto così”, a cui si aggiunge, nel caso romagnolo ma non solo, una buona dose di orgoglio e la cronicità delle gerarchie, il continuo affermarsi dei ruoli piuttosto che di obiettivi.

L’hotel in cui ho lavorato non aveva una precisa strategia di marketing e promozione. Era appena stata aperta una pagina Facebook, che veniva promossa attraverso la scheda di valutazione lasciata in una cartellina nelle camere. Era quasi inattiva e per questo, nel mese di luglio e agosto, mi sono presa la briga di pubblicare foto degli aperitivi domenicali e delle cene romagnole del martedì sera.

Il sito web era vecchio e obsoleto. Il comune di Cervia-Milano Marittima non proponeva l’albergo nella lista delle strutture ricettive. Su Trip Advisor, ogni tanto una recensione. E noi non facevamo altro che attendere che i tedeschi piovessero dal cielo, come negli anni d’oro della Riviera. Quando ancora non esisteva il web, mi raccontò la segretaria, i tedeschi scendevano per le vacanze di Pasqua e visitavano gli alberghi, curiosavano nelle stanze, sceglievano e prenotavano le ferie. Ma ora non accade più, i tempi sono cambiati, c’è la crisi e ci si scandalizza per un giugno così magro, con così poche prenotazioni.

In quanto apprendista avevo una tutor, che si è fatta da sola lavorando sin dall’età di 14-15 anni. Ai suoi tempi c’era il libretto del lavoro, mi spiegava, in cui veniva registrata l’idoneità al lavoro e le esperienze pregresse del lavoratore. Non c’erano tutti quei corsi di formazione “inutili” e tutte queste tasse da pagare, si lamentavano i veterani del turismo in Riviera. Si lavorava, zitti e sottomessi a chi gerarchicamente era superiore. Così si imparava il mestiere.

È così dovevo fare. Stare zitta e eseguire gli ordini. Nessuna domanda sul perché e per come. Anche il ventunenne addetto al bar, che da tre anni lavorava nello stesso hotel e prima come stagista in Riviera, aveva il diritto di darmi ordini e rinfacciarmi la sua superiorità. Non importava il fatto che avessi una qualche esperienza nel campo della comunicazione e magari potessi mettere a disposizione queste mie conoscenze. Io ero nuova e dovevo stare zitta.

Il maître esercitava il suo potere e frustrazione su tutto lo staff di sala, cucina e reception. Perché mai fare squadra? Perché mai creare un clima di cooperazione e motivazione reciproca? Eravamo lì per guadagnare e dopo l’estate ognuno se ne sarebbe andato per la propria strada. Perché mai offrire un servizio migliore agli ospiti? Una volta guadagnata la mancia, il resto era superfluo. E che importava se si creava competizione e mancanza di rispetto fra lo staff? L’importante era che il cliente non si lamentasse con i superiori.

Così non sono cresciuta professionalmente e così, rivelano i dati pubblicati sul Resto del Carlino, l’estate 2015 in Riviera Romagnola ha contato 350.000 presenze in meno.

 

Flickr - simonetta viterbi
Flickr – simonetta viterbi

Piovono proposte di lavoro

Tornata dalla stagione, provata dal lavoro e dal divertimento che, devo ammettere, non è mancato, i mesi sono trascorsi tra vicende familiari e numerose proposte di lavoro. Alcune formali, altre un po’ meno. A mia sorpresa, infatti, tante mie conoscenze avevano proposte di lavoro da farmi.

Ero in ballo da maggio con una collaborazione con Radio RCB, emittente appena trasferita a Faenza da Castel Bolognese ad opera di alcuni dipendenti che avevano acquistato l’emittente. Conoscevo uno di loro, che mi propose di trovare alcune location in cui organizzare sfilate di moda firmate RCB. Con gli incassi degli eventi, oltre a un ricompenso simbolico, avremmo finanziato la radio.

I siti web sono stati un altro trampolino di lancio: mi è stato chiesto di aprire quello del B&B Ottoemezzo e offerto un contratto di collaborazione autonoma per Art Division – Prodigy Group Ltd. Nel frattempo cercavo di tener vivo il blog, che ho deciso di battezzarlo a sito web…

Poi alcuni parenti mi ha hanno coinvolta nella pubblicazione di un libro. Francesco Carchidio è il nome di colui che ha ispirato una ricerca, storica ma anche narrativa. Il cosidetto “eroe di Càssala”, capitano in Eritrea morì “trafitto da undici lance bàggara” nel 1894 e, ad oggi, viene commemorato dall’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, ANAC. Dove? Nelle scuole dove sono cresciuta, nel cortile dell’IC Carchidio-Strocchi.

L’idea quindi, per la commemorazione 2016, di consegnare un libro con la storia illustrata del capitano, di suo padre Orlando e del figlio Michele. La storia di una famiglia, i Carchidio de’ conti Malavolti, che visse tra Faenza e l’Africa.

Tante altre proposte, tra catering e organizzazione di eventi, start up e Pon con la Scuola A Colori.

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