I migranti e le “patrie immaginarie”

C’è una differenza abissale tra identità e cittadinanza, tra il gruppo socio-culturale a cui pensiamo di appartenere e la nazionalità scritta sui nostri documenti. Quando poi si tratta di un emigrato/immigrato le cose si complicano ulteriormente, perché diventa arduo impugnare una sola bandiera e magari la realtà che ci accoglie, per quanto ospitale possa essere e per quanto si tenti di conformarvisi, ci mostra quanto si è diversi.  E poi anche ciò che chiamiamo “casa” ci respinge e non ci dà più la certezza di essere nel posto giusto.

Le emozioni prendono il sopravvento e costruiscono l’immaginario di terre lontane, si ricorda tutto ciò che un tempo veniva chiamato casa oppure si idealizza ciò che si è sentito raccontare in famiglia. C’è chi sogna di tornare, chi invece non tornerà mai più. Ma il punto – e la frustrazione maggiore, forse – sta nel fatto che non si appartiene a nessun luogo, non ci si riconosce più né nella comunità nativa né in quella ospitante. Nasce una nuova identità, se ne ricicla una storica, la si inventa di sana pianta.

Proprio come descrisse Miguel Mellino il romanzo di Salman Rusdhie in “Midnight’s Children”: qui la Patria venne costruita tramite l’immaginazione, divenne artificiale e contingente, una “Patria immaginaria“.

Il distacco dalla terra natia

Incontrai due donne su un autobus, un giorno qualsiasi, qui a Melbourne. Siciliana una e calabrese l’altra, immigrate dopo la Guerra e con un marcato accento meridionale riconoscibile anche quando parlavano inglese. “Minha pátria é minha língua” scrisse Luís de Camões. La Patria risiede nella lingua, ma non per loro: hanno scelto l’Australia come loro patria, il luogo a cui hanno dedicato la loro vita e in cui attendono la morte, e mi hanno ammesso che non riuscirebbero mai a vivere in Italia. Ogni tanto tornano, hanno detto, ma si sentono del tutto fuori luogo, non hanno le abitudini dei loro (ex) compaesani e non sopportano determinati comportamenti – parlano troppo dietro alla gente, non si fanno gli affari loro, c’è una mentalità troppo ristretta.

Mi sono venuti in mente alcuni uomini conosciuti a Napoli due anni fa. Uno di loro, cresciuto a Giuliano di Napoli se non ricordo male e poi trasferitosi a Parma dove risiede da oltre 50anni, è intervenuto in uno dei tanti dibattiti sorti sulla metro di Napoli. Si discuteva delle differenze tra Nord e Sud, di come l’Emilia-Romagna sia una delle regioni più “evolute” e meglio servite d’Italia. Mentre cercavo di distruggere questo immaginario troppo idilliaco della mia regione, l’uomo è intervenuto dicendo che, dopo oltre quarant’anni di residenza nella provincia emiliana, ci si è abituato ed è soddisfatto della qualità di vita di cui si può godere. Ha poi ammesso che non riuscirebbe più a vivere a Napoli: troppo confusione, è tutto talmente complicato che bisogna lottare anche per le piccole cose e non ci si può fidare di nessuno. Ama tornarvi per incontrare parenti e amici, ma non può resistere più di una settimana.

Allo stesso modo un militare sulla quarantina che mi ha dato un passaggio con BlaBlaCar da Napoli a Forlì – lui poi proseguiva verso la caserma di Trieste – mi ha riportato lo stesso sentimento di distacco. Gli piace tornare a Napoli, fare il pieno di mozzarella fresca, qualche sfogliatella, le frittate di maccheroni della mamma, pazzia’ nu poco con gli amici… ma solo per qualche giorno. Poi non resiste, non sopporta più quel mondo così famigliare che oramai non gli appartiene più. Non si sente più in sintonia con la mentalità napoletana. L’arte dell’arrangiarsi e manipolare persone e situazioni, il campanilismo e il fatto di non avere alcuna certezza non sono più alla sua portata.

Tutti tornano per “matar a saudade” (abbattere la nostalgia, dicono i lusofoni), fare il pieno di ciò che rimane di bello e gradevole dove si è nati e ripartire poi verso il luogo che si è scelto come casa. Però la cultura è diversa, i modi di socializzare divergono, non si riesce a esprimere alcuni pensieri perché l’unico canale è il proprio dialetto, ma la nuova comunità non potrebbe capirlo. E allora si prende qualche giorno di ferie e il mezzo di trasporto più conveniente e si ritorna a casa. Si parte e si torna, si riparte e si ritorna. Quasi sempre.

Quel luogo idilliaco che non può essere casa

Tuttavia chi mi ha dato l’ispirazione per scrivere questo articolo è un uomo che ho conosciuto alle selezioni per un lavoro. Si auto-definisce greco (anzi, ellenico è il termine corretto!), porta nel cuore la bandiera bianco-blu e la sua terra natia, il suo popolo sono ciò che di più perfetto esista sulla faccia della terra. Ma gli è accaduta una disgrazia all’età di sei mesi: i suoi genitori hanno deciso di trasferirsi in Australia, dove è cresciuto tra il disprezzo di una cultura totalmente distante dalla sua. Così la xenofobia australiana ha generato xenofobia in questo immigrato di seconda generazione.

Niente di ciò che è “Aussie” (se non l’efficienza del sistema) è accettabile. Solo ciò che è “autenticamente” greco – e per grazia concessa italiano o jugoslavo: “Because we are similar” – è degno di essere apprezzato e valorizzato. Perché “noi” (si riferiva a lui e a me in quanto rappresentanti delle nostre culture) sappiamo goderci la vita, sappiamo essere onesti gli uni verso gli altri, abbiamo un reale senso di comunità e fratellanza e non incentriamo tutto sul denaro e sull’esaltazione della ricchezza materiale.

Ma quest’uomo insoddisfatto non ha vissuto che due anni della sua vita in Grecia, esclusi numerosi viaggi a Kalamata, la città dove è nato a nemmeno 30km da Sparta. Gestiva un locale sull’isola di Cefalonia e la sua vita li, ha ripetuto continuamente, era come in Paradiso: un mare da favola e il sole splendeva per la maggior parte dell’anno; c’erano persone dirette e sincere che sanno realmente cosa significa divertirsi; si gustava buon cibo cucinato con devozione e offerto con semplicità.

Perché non è rimasto, allora? E perché non torna, se tanto disprezza l’Australia e sogna la sua idilliaca Grecia? Perché nel 2010 è stato ferito dalla morsa della crisi politica e economica che ha afflitto il suo Paese tra tanti. È quindi tornato amareggiato in Australia, dove dopo poco tempo ha ricevuto la chiamata di una donna che frequentava e che gli ha annunciato che sarebbe diventato padre. Le ha comprato il biglietto di sola andata per Melbourne, l’ha sposata e alcuni mesi fa è diventato padre per la seconda volta. Oramai non c’è più possibilità, almeno per il momento, di tornare alla sua amata penisola sul Mediterraneo: ora come ora non è un luogo dove poter mantenere una famiglia e garantire ai propri figli ciò di cui hanno bisogno. Se avesse dovuto provvedere solo a sé stesso, beh, mi ha detto, allora forse non ci saremmo mai conosciuti.

Identità tra le seconde generazioni

Poi c’è chi conosce la cultura delle proprie origini tramite i racconti, magari dei genitori che gli hanno trasmesso le usanze e i valori della propria terra, oppure l’hanno imparata nelle scuole per immigrati, sui libri, nei film e anche su Facebook. (Ebbene sì, Facebook serve anche a questo!) Molti di loro sono stati portati almeno una volta nella terra dove i genitori sono cresciuti, qualcuno ha anche avuto la possibilità di andarci con una certa frequenza, stringendo così i rapporti con cugini e parenti, imparando a conoscere la cultura di origine, e magari facendo propria una certa mentalità. Tuttavia c’è anche chi non ha mai messo piede nel Paese dei propri antenati e l’identità a cui si sente di appartenere è distorta rispetto alla realtà.

Penso a un episodio avvenuto a Rio, un giorno in cui mi fermai a ricaricare il cellulare all’edicola in fondo alla strada in cui vivevo. Il proprietario, un uomo di mezza età discendente di calabresi e padre di tre figli, appena ha sentito il mio accento straniero si informò sulla mia nazionalità. Al sapermi italiana esplose in una narrazione euforica. “Anch’io sono italiano, anche se sono cresciuto in Brasile!” Mi raccontò poi che non parlava italiano, anche se lo capiva, e che non era mai stato a Paola, il paese in provincia di Cosenza da cui provenivano i suoi genitori. “Però sono membro di alcuni gruppi su Facebook composti dai cittadini di Paola e mi tengo sempre aggiornato su ciò che vi accade!“, mi disse con tanto orgoglio e patriottismo mentre mi mostrava sullo smartphone alcuni gruppi.

Ma l’affermazione che più mi sorprese e che penso sia “buona da pensare” (cfr Claude Lévi-Strauss) fu: “Perché sai, anch’io cerco di trasmettere ai miei figli la cultura italiana, proprio come i miei genitori hanno fatto con me. Infatti, mio figlio di 11 anni, quando mi vede, per salutarmi, mi bacia la mano!” Confidandomi ciò l’edicolante sembrava cercare la mia complicità; mi diceva con gli occhi “proprio come si fa in Italia no?! Tu mi capisci!” Io invece devo aver contraccambiato con un’espressione di dubbio e perplessità: non potevo che pensare che tale gesto lo avevo visto esclusivamente nei film sulla mafia e che, anche se un tempo era diffuso nel Sud Italia come segno di rispetto di una persona più anziana o di uno status social più elevato, mi chiedevo se fosse ancora in uso.

Negli anni ho poi raccontato questa storia a moltissimi amici, campani e calabresi in particolare, e tutti mi hanno affermato che il bacia-mano come forma di rispetto è una consuetudine oramai persa. Forse è possibile trovarla in qualche paesello disperso nella Sicilia più remota, hanno concluso tutti, ma nessuno ne è più certo.

Il fatto quindi che un uomo in Brasile insegni al proprio figlio a baciargli la mano “proprio come si fa in Italia” mi ha fatto arrivare ad un’unica conclusione: la cultura (in questo caso) italiana, arrivata in Brasile poco meno di un secolo fa, è cambiata e si mescolata con altre culture, ma al contempo si è cristallizzata nell’immaginario di molte generazioni di immigrati. E così viene pure trasmessa, creando una particolare diacronia.

2 Comments Add yours

  1. Chi cerca un luogo in cui mettere le proprie radici, sta cercando se stesso, sta cercando un posto in cui vedersi riflesso e sentirsi nutrito. Ogni viaggio è un viaggio dentro di sé e credo che ogni nomade possa sentire una fratellanza con tutti gli altri vaganti, anche se di pensiero ed abitudini diverse. Fuori da casa, qualunque cosa sia casa, ogni individuo è vulnerabile. E cerca calore, familiarità.
    Ci suono i luoghi comuni e le false speranze, ci sono le disillusioni e la voglia di provarci ancora… Ma tu hai già descritto tutto in modo armonioso e vero, così mi fermo e concludo ringraziandoti per aver dato spazio a tante emozioni.

    1. Grazie a te per il commento! Certo chi si sposta e viaggia è alla ricerca di qualcosa, ma sulla fratellanza non sono molto d’accordo. Prendi ad esempio quell attitudine molto comune tra gli italiani che si recano all’estero di non volere creare legami con altri italiani (per imparare la lingua, ad esempio, o per avere un’esperienza “local”).

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