#Referendum: from Australia with love

Le statistiche sono numeri che necessitano di un’interpretazione. Il diritto al voto di ciascun cittadino non è pari o uguale alle conoscenze con cui si reca a porre una croce su una tessera elettorale. Ogni cittadino chiamato a votare da un proprio significato a questo gesto, sia che si rechi oppure si astenga.

Ora, queste premesse possono sembrare ovvie, magari anche ridondanti in tempi di elezioni e referendum. Ma sono necessarie per capire cosa sto per raccontare, alcune conversazioni in cui mi sono imbattuta in Australia con “Italiani” (fra virgolette, sì, perché non tutti si riconoscono con tale etichetta, per un motivo o per l’altro) aventi diritti al voto. E un dato in particolare merita di essere analizzato: tra coloro che ho conosciuto, chi vive a Melbourne da oltre quarant’anni ha sentito il dovere di votare, mentre chi è arrivato da poco (qualche settimana o un paio di anni) non si è minimamente interessato al referendum costituzionale di domenica.

Tra i primi, un uomo che gestisce un bar e altre attività, padre di tre figli italo-australiani, ha seguito le vicende che hanno preceduto il grande voto e ha inviato il suo plico elettorale in Italia a fine novembre. Un altro uomo, già nonno e pensionato in Australia, mi ha detto di aver votato ma ha anche ammesso che in fondo non era interessato a un vero cambiamento o agli effetti della riforma costituzionale oggetto del referendum: lui comunque vive in Australia e torna in Italia solo in vacanza. Semmai presta attenzione alle leggi australiane, ma ciò nonostante non è del tutto estraneo alle vicende politiche della sua madrepatria. E se ha votato “no”, mi ha confidato, è stato proprio per esprimere il suo dissenso nei confronti dell’ennesimo “primier-pagliaccio” italiano.

Poi c’è chi, come me, non si è interessato al referendum. Non è motivo di vanto, certo, e anzi mi sono impegnata a portare con me la tessera elettorale proprio per poter votare dall’estero. Ma sono arrivata tardi, ho scoperto dopo che avrei dovuto far richiesta per ottenere il plico elettorale prima di partire e spedirlo alla fine di novembre. Tuttavia non nego che il motivo principale della mia astinenza al voto è stato un certo menefreghismo misto a delusione, sconforto e distanza. Una distanza che ho preso non solo fisicamente, nel momento in cui ho deciso di attraversare il globo, ma una distanza emotiva e intellettuale da una condizione (politica, economica, culturale e certamente storica) in cui non vedevo un futuro e un ambiente adatto a crescere, migliorare e mettere in pratica ciò che ho appreso. Come ho scritto in Pra mim chega e in From local to global, l’Italia per me, oggi, è il paese perfetto in cui trascorrere le vacanze: solo così si può prendere il meglio e non rimanere coinvolti con tutto ciò che un cittadino residente in Italia deve affrontare giorno dopo giorno. 

Così i “Working Holiday immigrants” che ho conosciuto mi hanno detto che se ne sarebbero fregati del referendum “perché tanto non serve a niente e le cose non cambieranno”. E invece, ora che Renzi ha deciso di dimettersi, la politica italiana cambierà ulteriormente, l’economia e la finanza subiranno i dovuti sbalzi, tutto procederà ancora a singhiozzi, fra cambiamenti incerti e incertezza di cambiamenti.

Statistiche o no, previsioni certe oppure no, numeri alla mano o commenti scritti che siano, c’è qualcosa di intangibile che muove le azioni di ciascun cittadino; qualcosa che ha più a che vedere con i sentimenti che con la coscienza politica.Si dice che a spingere gli elettori degli ultimi tempi, in Italia come negli USA, sia stata una impareggiabile necessità di cambiamento. Ma visti i risultati del referendum italiano e a seguito di quanto detto, sono sempre più ancor più convinta che chi desidera un cambiamento nelle proprie condizioni di vita, nell’era della globalizzazione, lo va a cercare in quegli Stati dove le condizioni sono differenti a priori. Non aspetta che il Governo cambi passando il proprio tempo libero a lamentarsi.

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