L’ipocrisia di (non) essere italiano

La cultura italiana, il Made in Italy e #gliitalianilofannomeglio sono motivo di vanto per tutti gli emigrati italiani nel mondo. Ma qualcosa non va. Tra italiani ci si insulta, si diffida, si rinnega la Madrepatria e, come ha detto Cristiana Capotondi alla 7a edizione di Cinema Made in Italy a Londra, non sappiamo fare sistema. Ma perché?

Alla premiere UK dell’ultimo film di Michele Placido, “7 minuti”, al Ciné Lumière di South Kensingon, in un’intervista al giornale online “ItaliaLondra” l’attrice ha detto che siamo troppo impegnati a integrarci nell’Unione Europea, senza grandi risultati, e così facendo “non ci rendiamo conto che stiamo continuamente perdendo pezzi della nostra identità nazionale. Marchi storici del Made in Italy venduti ai grandi gruppi internazionali, ragazzi che continuano ad emigrare“. Alla domanda se la colpa è da attribuire al Governo, la Capotondi risponde: “Posso risponderti come italiana per l’Italia e, come anticipato, la nostra colpa è soprattutto quella di non saper fare sistema“.

Italiani? No, thanks! Preferisco gli australiani

Curiosando nei numerosi gruppi Facebook dedicati agli italiani in Australia si nota poi che non si è poi così restii a socializzare e collaborare tra connazionali. Si trovano infiniti post in cui si organizzano spaghettate o gruppi per una gita fuori porta. Tuttavia, in un sondaggio promosso nella pagina Facebook “Italiani a Melbourne” è emerso che “Tutte le persone che hanno commentato dicono preferire avere rapporti con stranieri e quasi tutti (90% donne) di avere un compagno Australiano”.

Una volta fuori dall’Italia è bene stringere relazioni con gli altri piuttosto che fare le spaghettate e le tombolate” ha commentato L. A., mentre F. G. ha approfondito: “Io cerco di evitarli perché ho avuto brutte esperienze all’estero. Tra che tentano di fregarti, tra che madonna santa se fanno casino […], tra che voglio cercare di parlare al meglio l’inglese… Sto bene così, con pochi italiani attorno. Se il problema fosse che mi manca gente della mia nazionalità, allora me ne sarei stata in Italia”.

E questo non è niente in confronto a battute che vogliono essere divertenti, ma rivelano solo ironia di basso livello e un fasullo senso critico, quando non razzismo, misoginia e cafonaggine. “Sei solo un cafone” o “Sei da prendere a calci in culo“, “Se non ti manca l’Italia tienitelo per te a noi non c’è ne frega nulla“, sono solo alcuni dei commenti. Quando poi si passa a parlare di politica, ecco come si dibatte civilmente:

M. – Eccone uno! Bravo il problema è proprio Salvini. Sei un genio. Spero rimarrai a melbourne, a vita.

Z. – Se parli a me ti ringrazio, è un bell’augurio, però tu torna in Italia grazie

M. – No a te non ti ho cagato di pezza

Contraddizioni

Che gli italiani non siano un popolo unito, se non durante i campionati mondiali, è risaputo. Le divergenze regionali e tra Settentrione e Meridione non solo saltano all’occhio, ma continuano ad essere oggetto di identificazione anche quando non  è più necessario.

Insomma, ci si trasferisce in Australia, si cerca di imparare l’inglese e di integrarsi con la comunità perché “se no tanto valeva rimanere in Italia”, si spendono anni a tentare di ottenere un visto permanente o la cittadinanza “perché l’Italia non ha più niente da offrire”. Si insultano i compatrioti e ci si vanta con gli stranieri di quanto si è diversi dall’italiano medio.

Ma quando è ora di mangiare la pizza o prendere un caffè, si diventa improvvisamente italianissimi, tra chi resuscita ad assaporare il “vero” impasto all’italiana e chi beve il caffè a patto che sia denso, metà tazzina e con quella lieve cremina in superficie. Per non parlare poi dello stile, della creatività, della propensione a fare business, della storia e dell’arte, delle bellezze paesaggistiche e della capacità di adattarsi a qualsiasi cultura perché, in fondo, siamo un popolo di emigranti da secoli.

E forse sono propio queste contraddizioni che impediscono agli italiani di fare sistema. Questa capacità dialettica di infangare tutto ciò che è italiano e incentivare i regionalismi.  Il vivido patriottismo solo in certi momenti (gare sportive, comparazioni con altre nazionalità, enogastronomia,…), ma poi non rimane che la volontà di distinguersi, di spogliarsi di un’identità e un’appartenenza inalienabili.

Non è solo perchè decidiamo o diciamo di non essere più italiani che ci si spoglia della propria cultura e, purtroppo, nemmeno una vita passata all’estero può cancellare per sempre i suoi segni sul modo di vivere di ciascuno. Spesso siamo addirittura piuttosto restii nei confronti dei cambiamenti.

Allora tanto vale ammetterlo e cercare di costruire qualcosa assieme ai propri conterranei. No?!

3 Comments Add yours

  1. michele160318 says:

    Divide et impera. E ci dividono con le differenze fra classi, con l’invidia ingiustificata e con tante altre cose. Smettiamola di dire che l’italiano è ipocrita. In tutti i popoli c’è chi mente e ruba. Mi spiegate quale popolo arriva a pagare quasi l’80% di tasse? Sapete perché è esplosa la guerra di indipendenza negli stati uniti? Per una tassa sul tè. Noi siamo un popolo che si da da fare e che paga tantissimo. Il mondo non è in bianco e nero. Alla fine siamo tutti esseri umani.

    1. Michele forse non mi sono spiegata: la mia non voleva essere una delle tante sceneggiate per sminuire gli italiani, ma una critica costruttiva. E i dati parlano, le occasioni in cui ho osservato ciò sono molteplici, da Facebook a scene di vita reale soprattutto all’estero.
      Gli italiani hanno la capacità di farsi il mazzo, sono esperti in problem solving e creatività e da qualche parte nascondiamo ancora la voglia di relazionarci e socializzare, cosa che in molte altre parti del mondo è stata barattata con il denaro.
      Per quanto riguarda le tasse hai ragione, ma mi sembra anche che stai buttando tanti aspetti diversi nello stesso calderone. Nel post stavo parlando di identità nazionale, del fatto che soprattutto all’estero molti italiani fanno finta di non esserlo, rinnegano la propria cultura. Ho scritto altri post su questo, prendendo per esempio il sentimento nazionale di altri emigrati.
      https://mauriziatinti.com/2016/11/23/migranti-patrie-immaginarie/
      Hai dato un’occhiata? Magari capisci ciò a cui mi riferisco.

      1. Hai ragione, in sintesi ho buttato tanti aspetti diversi nello stesso calderone. Infatti io sono convinto che appunto ci siano diversi fattori che debbano essere contemplati nella mia analisi. Ho capito benissimo il senso del post, bisogna distinguere fra sintomatologia e cause 🙂

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