Miti da sfatare n.1 “Loro vivono nel XV secolo”

Uno sguardo antropologico su alcuni luoghi comuni

gli # hashtag, come sui social media, rappresentano delle categorie costruite per raggruppare i comuni denominatori.

Parlare di #noi e #loro è troppo facile. Specialmente quando si tratta di discutere e legittimizzare i rapporti tra il gruppo sociale a cui si appartiene e uno estraneo.

Ci sono gli italiani e gli #immigrati – di prima seconda terza generazione, #marocchini #albanesi #senegalesi e #mussulmani – che cercano un’illusoria “vita migliore” in Italia; poi ci sono gli #emigrati – #calabresi #siciliani #veneti #milanesi e #italiani – che coraggiosamente cercano maggiori opportunità nei paesi “sviluppati”, e si devono confrontare con i nativi del nuovo Stato.

Distinguersi dalla nazione ospitata o ospitante permette così di appartenere ad un gruppo piuttosto che ad un altro e di costruire una specifica identità sociale, manichea la definisce Fanon, proprio perche costruita in relazione a quella opposta. Il gruppo a cui sentiamo di appartenere, con cui ci identifichiamo – #siciliano anziché #italiano, #cittadino o #immigrato, ma anche #vegetariano oppure #hipster – in un qualche modo risulta sempre essere percepito come “migliore” rispetto all’Altro.

Seguendo una linea costante nata in un lontano passato, si rappresentano ancora i popoli #civilizzati e quelli #selvaggi, società progredite, tecnologiche e altre arretrate e incontaminate. C’è separazione, distanza, perché l’Altro spesso non lo si conosce, o si crede di conoscerlo ma è meglio rimanerne a dovuta distanza.

E anche quando la convivenza è ormai divenuta un dato di fatto prima ancora di aver concepito la possibilità che presto ci si dovrà relazionare non con uno, ma ben decine di migliaia di individui diversi dalla nostra concezione culturale, la lontananza fisica e verbale viene mantenuta.

Ciò che va a giustificare la nostra rappresentazione di quell’Altro con cui oggigiorno dobbiamo condividere spazi pubblici e comunicare tanto a parole quanto con il corpo, sono spesso frasi sentite, poco ponderate ma utili quando non si sia formulato un pensiero proprio. Per non parlare poi di quando si fa politica in vista delle elezioni…

Tra queste “sono degli incivili”, quando non ladri, assassini, sporchi; “il loro Dio gli insegna ad uccidere”, oppure ci si indigna di fronte a incomprensibili rituali religiosi o credenze; “ci rubano il lavoro”, ma anche le mogli e i mariti, gli ori e il corredo buono custoditi in casa; e la lista potrebbe continuare per pagine… Ma ripeto, per quanto questi esempi sono oggigiorno risentiti quando si parla di rifugiati e mussulmani, voglio ricordare che anche gli immigrati italiani sono stati colpiti da questi e ben peggiori pregiudizi nel corso dei decenni.

Per quanto ogni affermazione possa essere contestata a vari livelli, voglio soffermarmi su una in particolare

per dimostrare che varrebbe la pena ragionare un po’ di più su certe affermazioni prima di darle per scontate e renderle virali.

Allacronie

“#Loro – di nuovo riferito a quella massa imprecisa etichettata come mussulmani-islamici-terroristi – vivono nel XV secolo”, con tutto quel che ne consegue: “sono dei barbari, le crociate sono finite da un pezzo e uccidono le donne a sassate”. Ma vi spiego subito perché questa affermazione non ha senso logico.

Johannes Fabian, un antropologo olandese, lo scrisse in Time and the Other nel 1983 riferendosi al distacco che gli antropologi esprimevano nei riguardi delle società e culture studiate: i primi, coloro “autorizzati” ad esprimere opinioni e giudizi, vivono nel qui-e-ora, mentre i secondi vivono laggiù-nel-passato. Noi e Loro non sono coetanei, non condividono la stessa dimensione spazio-temporale. Ma se ci fermiamo a riflettere, si tratta di un non-senso.

Se mi trovo sull’autobus a Roma assieme a marocchini, somali, pakistani e bengalesi, e magari l’orologio segna le 12.06, ha senso dire che Loro vivono in un altro luogo e tempo? Si tratta di nuovo di una visione etno-centrica – che in antropologhese significa scaturita dal punto di vista della cultura che domina e giudica. Si crea cioè un’allacronia: si relega l’Altro ad un tempo distante, ma solo di carattere verbale e letterario.

E anche quando la distanza fisica esiste e il tempo segnato sull’orologio non combacia tra due interlocutori, ci accorgiamo che comunque la contemporaneità dei due non può essere rinnegata.

Un esempio molto semplice è quando, da Melbourne, chiamo i miei cari in Italia. Ci separano mari e monti, il jet leg varia dalle 8 alle 10 ore dipendendo dalle stagioni e fa si che spesso anche la data non combaci: secondo il calendario, infatti, io festeggerò la mezzanotte a capodanno prima che in Italia. Ma se io e mia madre siamo al telefono, parliamo e interagiamo simultaneamente, il fatto che io sto per andare a letto mentre lei prepara la colazione non significa che ciascuna viva in un tempo diverso dall’altra.

La contemporaneità continua a sussistere. Condividiamo quel momento, il tempo in cui interagiamo.

Non sputare sulla cultura

Certo è che quando si prendono queste distanze ci si riferisce alla cultura o alla storia di quell’etnia, e si suppone che debba ancora raggiungere i traguardi dell’Occidente avanzato. Loro vivono nel XV secolo, mentre l’Italia – fra i tanti – ha già trascorso e colto i frutti di quel periodo storico. Questa concezione è pero fondata sulla percezione lineare del tempo e del Progresso. Una percezione, di nuovo, etno-centrica.

Da antropologa vi assicuro però che comprendere un’altra cultura è un processo lento e faticoso, che può aiutare sì a mettere in luce aspetti della propria cultura, ma ciò non deve ridurre la conoscenza a un giudizio semplice e conveniente. Tipo: “Ah, ho saputo che il popolo X vive nelle caverne (quindi) sono dei primitivi (quindi) Noi siamo più progrediti/migliori di Loro”.

Se si va a contestualizzare il fatto che alcune popolazioni vivono nelle caverne, magari ci si rende conto che è dovuto a questioni climatiche e ambientali. Magari le temperature sono talmente elevate che sarebbe impossibile vivere in un altro tipo di abitazione (per favore non risolvere il tutto con un “esistono i condizionatori” e continua a leggere). Oppure di notte si aggirano animali feroci per cui vivere a certe altitudini non è che la miglior scelta per la propria incolumità.

Se vi capita di passare da Matera ad agosto, come ho fatto nel mio tour italiano, oppure a Coober Pedy, nel torrido bush australiano, vi assicuro che non vedrete l’ora di coricarvi in un fresco letto dentro ai Sassi o di sgolarvi una birra gelata in un pub underground!!

Ora non chiedo di relativizzare in maniera estrema le culture Altre. Cadere nel giudizio opposto, secondo cui ogni altra cultura è giustificabile in quanto diversa, è altrettanto facile e fuorviante. Ciò che ho voluto dire è invece che sarebbe meglio essere certi di ciò di cui si parla, averne preso le distanze e allo stesso tempo aver approfondito le tematiche che si vogliono affrontare.

Ciò che si è sentito dire, spesso, non è che un piccolo tratto in un disegno molto piu ampio.

4 Comments Add yours

  1. granchioletterato says:

    Articolo che sicuramente stimola il dibattito e il ragionamento. Personalmente ritengo i “cavernicoli” più evoluti in certi aspetti della vita perché comprendono il contatto con la Natura e conoscono i limiti che concede loro. L’etnocentrismo caratterizza tutta la storia dell’umanità, ma solo chi sa guardare da tanti punti di vista conosce veramente. A questa società occidentale credo manchi l’unità e la comunità che non vuol dire va bene tutto, ma vuol dire capire che quello che faccio o non faccio all’altro lo faccio o danneggio me stesso. Credo che intelligenza e buon senso definiscano l’uomo intelligente.

    1. Exactly! Intelligenza e buon senso!

  2. Rossella says:

    Tutto quello che vediamo nell’altro è contenuto in noi stessi. Questa mescolanza di usi, costumi e tradizioni può risultare difficile e sta ad ognuno rispettare i propri limiti e confini, pur osservando che negli altri, anche se ad un primo momento fastidiosi, può esserci qualcosa di nuovo che apre lo sguardo all’evoluzione.
    In fondo, è quando le razze si mischiano che gli individui si fanno più forti.
    Natura docet

    1. Proprio così Rossella. Non avrei usato espressioni come ‘evoluzione’ ‘razze’ e ‘mischiare’, perché la tradizione antropologica mi ha insegnato che queste parole hanno ormai connotati storici che rimandano ancora ad una superiorità etnocentrica. Però condivido pienamente!!

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