Intervista

Su Facebook manteniamo di solito i contatti con chi conosciamo, più e meno bene. Ognitanto capita poi che qualche sconosciuto ci contatti per i più svariati motivi. Ed è stato curioso ricevere la richiesta di una studentessa dell’École Supérieure de Journalisme (ESJ) di Lille. Virginia voleva intervistarmi per un esame e sapere il mio punto di vista sul giornalismo culturale, e come ho intrecciato antropologia e giornalismo. Grazie alle sue domande ho avuto la possibilità di riflettere, e così ho voluto condividere le mie risposte.

Lei si definisce giornalista ed antropologa. In che modo riesce a far entrare in relazione i due approcci ?

Per quanto il giornalismo e l’antropologia sembrino due campi di produzione del sapere distinti e lontani, ho riscontrato molte affinità, soprattutto nei cosiddetti strumenti del mestiere. Le interviste, il fatto di ‘stare sul pezzo’, e nel caso dei corrispondenti esteri, la necessità di imparare la lingua del paese di destinazione e come muoversi sul campo, così come trovare gatekeeper e dove reperire le informazioni. Nel mio percorso, le ricerche sul campo in funzione delle lauree sono state il campo di battaglia in cui ho affinato le tecniche che ho poi utilizzato da reporter. Al contrario, il giornalismo mi ha insegnato a scrivere in maniera più snella e chiara i miei resoconti etnografici.

Le tribù – Dialogo tra antropologia e giornalismo

Come ha capito che il giornalismo fosse il mestiere giusto per lei ?

Ho cominciato a pensare a questa professione dopo la laurea magistrale in antropologia. Il motivo che mi ha spinta era il campo, volevo cioè vivere in un mondo fuori dall’accademia. Esserne parte e scriverne, piuttosto che osservarlo da una finestra. Ma la spinta vera è arrivata con la lettura di Tiziano Terzani, corrispondente in Asia negli anni ’70/’90. Nei suoi libri ho trovato un giornalista che viaggiava con sguardo etnografico, e così ho capito che l’antropologia e il giornalismo potevano combaciare.

Attraverso quale percorso è diventata giornalista ? In che misura gli studi hanno contribuito?

La laurea in antropologia e la specializzazione in giornalismo sono stati fondamentali per acquisire e sperimentare gli strumenti del mestiere. Fortuna è stata anche trovare professori con altissima competenza e capacità nel trasmettermi il loro sapere. Il confronto è stato arduo, ma mai quanto poi la pratica, vera fucina di esperienze. Sono diventata giornalista dopo aver lavorato come reporter e redattore per un magazine napoletano e come press assistant nell’ufficio stampa di un museo. Ciò mi ha permesso di affinare la scrittura e avere un confronto diretto con il mondo esterno all’accademia. Ho appreso le strategie di marketing e l’importanza, oggigiorno, di rendere appetibile e virale un pezzo. Un passaggio che non è stato facile, tuttavia essenziale.

Portfolio

Quali sono le competenze essenziali per diventare giornalista ?

Ascoltare prima di tutto. Sapere ascoltare colui che intervistiamo, quello che dice e quello che sottintende, ma anche le voci di coloro che ci circondano, perché così si ha accesso ai dati e si scoprono piste. Bisogna poi saper comprendere il contesto più ampio di ciò che stiamo investigando, relazionare il dettaglio – una storia di vita ad esempio, un evento – con il tutto. Infine il giornalista deve saper abilmente raccontare i dati raccolti con chiarezza e senza dar per scontato nulla, cercando però di eliminare i rumori di fondo come le fake news e le inesattezze. Per fare il giornalista ci vuole empatia, determinatezza, precisione e apertura.

Qual’è la filosofia alla base dei suoi articoli ? Qual’è il messaggio che desidera far arrivare ai lettori ?

Sembra scontato, ma quando pubblico cerco di raccontare qualcosa al lettore. Magari qualcosa che non sa, o fargli guardare da un’altra angolazione alcune questioni. Penso che pubblicare articoli significhi informare e dare conoscenza all’interlocutore, raccontargli qualcosa che non ha mai sperimentato, un luogo mai visto, oppure portargli alla mente domande che non aveva mai avuto occasione di porsi. Il giornalista, così come l’etnografo, è infatti colui che spesso varca mondi inaccessibili ai lettori. Per questo cerco di far arrivare qualcosa di nuovo; uno stimolo, un’immagine, un punto di vista.

Qual’è, secondo lei, l’importanza del viaggio e dello scambio culturale in questo mestiere ?

Il viaggio è fondamentale per poter ampliare i propri orizzonti e imparare a non dare per scontato niente. Penso che dovremmo imparare a viaggiare anche nella società in cui viviamo, quella in cui siamo cresciuti. In questo modo riusciamo a vedere ciò che ci circonda e di cui il giornalista scrive con occhio distaccato, interrogativo, senza appunto dare per scontato il tutto. Lo scambio culturale serve proprio a questo. Apprendere i tratti culturali di popoli stranieri, a ‘casa loro’ così come a ‘casa nostra’, porta a riflettere sulla cultura nativa e mettere luce su aspetti mai presi in considerazione prima perché impliciti.

Viaggi

Che tipo di difficolta ha incontrato nel confrontarsi con culture diverse ? Dall’altro lato, quale tipo di difficoltà sono emerse nel restituire delle culture straniere alla vostra ?

La prima difficoltà è stata non giudicare. A volte ciò che mi circondava sembrava così strano o insensato che il giudizio appariva indiscusso nella mia mente. Un altro ostacolo è stato il riuscire a mettere in discussione i miei valori con lo scopo di aprirmi a quelli della cultura che mi ospitava. Mi sono resa conto che ero aggrappata a convinzioni che dovevo invece – spesso contro voglia – lasciar andare, altrimenti non avrei potuto comprendere. Ancor più complicato è stato poi il narrare quella cultura, soprattutto quando il mio target d’ascolto non la conosceva se non attraverso gli stereotipi in circolazione. Nel momento in cui mettevo tutto nero su bianco cercavo di tenere a mente tanto i pregiudizi quanto l’ignoranza sul tema, ma soprattutto dovevo riuscire a trasmettere in poche parole ciò a cui ero giunta dopo mesi di interviste e ricerche.

Qual’è, secondo lei, il ruolo del giornalismo, e in modo particolare del giornalismo culturale, nella società attuale ?

Il giornalismo sta subendo una rivoluzione del tutto nuova, dovuta ai social media e al web, e purtroppo non si è ancora raggiunto un punto di equilibrio tra l’informare – scopo principale di questa professione – e il monetizzare il lavoro svolto dalla redazione – che permette ai giornalisti di svolgere propriamente il loro mestiere. Il giornalismo, a mio parere, sta perdendo gradualmente la funzione di ‘cane da guardia del potere’ per diventare al contrario il suo canale di propaganda. La gratuità del web e la diffusione del marketing in ogni area mediatica, fanno spesso sì che l’informazione reale, basata su fatti e approfondimenti, venga messa da parte in funzione della remunerazione. E così anche per il giornalismo culturale, che si ritrova a competere con i migliaia di blog di viaggio scritti da chi non ha le competenze per raccontare altri paesi e culture. Per raggiungere il pubblico, i giornalisti si trovano a scrivere articoli inutili sui ‘10 luoghi al mondo da vedere prima di morire’ o le ‘10 cose da sapere sulla cultura x’.

Ho notato che lei è molto attiva nella promozione dei suoi articoli. Qual’è, secondo lei, il futuro dei giornali nel mondo del digitale ?

I giornali devono reinventarsi in funzione del digitale. Dovranno cioè riconquistare il ruolo incontestato di produttori di sapere, assieme a riviste specialistiche e accademiche, all’interno del più ampio contesto mediatico. Dovranno farlo con appeal e sfruttando le dinamiche del Web, senza però cadere nella ‘mala-informazione’. In questo modo si potrà tornare a distinguere il gossip, l’intrattenimento e le fake news dall’informazione. Non so predire se ciò avverrà o no, ma certamente la sfida è ardua.

Ha dei consigli per degli studenti in giornalismo ?

Sfruttate tutte le possibilità che i mass media offrono oggigiorno, le vostre capacità in quanto nativi digitali, ma imparate anche dai grandi del giornalismo classico. Provate a fare più interviste faccia a faccia che tramite email, recatevi nei luoghi di cui volete parlare nei vostri articoli invece che collezionare articoli dal web e tenete sempre a mente ciò che significa ‘informare’ e ‘raccontare’ quando scrivete. Solo dopo date quel tocco di viralità che vi viene richiesto. Prendete tempo e non fatevi sopraffare dalle tempistiche iper veloci del web. Ma soprattutto, non accettate di lavorare a gratis se non per un breve periodo di prova: se venite assunti da una testata è per lavorare e contribuire con i vostri sforzi e competenze, non per passare il tempo.

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