Romagna my homeland

Romagna è mi paés

Ho girato e ho viaggiato per anni, e tutte le volte che sono tornata a casa ho cominciato a apprezzare davvero il mio Paese. Non tanto l’Italia in sé, ma piuttosto la mia amata Romagna. Una terra ricca, gioiosa, con i volti segnati dal lavoro dei campi e la nostalgia dei tempi passati. Un accento e un dialetto che mi fanno sentire di appartenere a questa terra, benché non possiedo il dono di tramandarne il linguaggio. Così non posso che osservarla, con lo sguardo di un’antropologa, appassionata per il dettaglio, il peculiare, l’amore per ciò che è controtendenza, a volte considerato antiquato o kitch. Mi appassiono sempre più per le voci che emergono tra i filari di uva, per le narrazioni che sono sopravvissute alla guerra e che, con il passaggio ad un secolo e un millennio nuovi, vogliono ancora raccontare le tragedie, la paura e gli avvenimenti di un’epoca ormai svanita.

Cerco di imparare il dialetto romagnolo, così come viene parlato a Faenza – ben diverso da quello che si parla a Ravenna, a Forlì, a Imola e a Modigliana. Ascolto la nonna che ha smesso di raccontarmi la favola dei “tre porcellini”, seduta sulla poltrona in cucina, e mi narra come, quando aveva la mia età, durante La Guerra, i flirt e gli amori avessero tempi più lunghi, sotto il scrutinio tenace della famiglia. Il nonno, gli spasimanti… Mi racconta di come sono morti i suoi due fratelli nei bombardamenti di Cassanigo (piccola frazione campestre dove si era rifugiata la sua famiglia) durante la Seconda Guerra Mondiale. Mi riporta i detti e le credenze popolari in dialetto. Il giorno della Candelora (2 febbraio), ad esempio, mi ha detto: “Per la candelora o ch’u pìov, o ch’u neva da l’inveran sem fora, ma s’un pìov  quarenta dé dl’inveran avem ancora” (Per la candelora se piove o nevica dall’inverno siamo fuori, ma se non piove abbiamo ancora quaranta giorni d’inverno).

E’ attraverso le voci della nonna Nina (la “Minghinina”) che riscopro la vita dei campi, della gente semplice che ha abitato e arricchito la nostra pianura. E’ attraverso i ricordi e le narrazioni sul nonno Arturo (“Tùr d’Marcò”) che riscopro le mie radici e la mia identità faentina. E’ attraverso i comportamenti e la diplomazia della nonna Renata (la “Renata Fabbri”) che rivedo la piccola borghesia di città. Ma è anche attraverso l’opera dei tanti che, oggigiorno, continuano a mantenere viva la brezza dei tempi che furono, delle nostre tradizioni popolari, che riscopro un mondo. Una realtà che ho sempre avuto sotto gli occhi e che solo ora riesco a scorgere.

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